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festa LecceLECCE (di Italo Aromolo) – Chi non ha avuto il coraggio di guardare. Chi ha pianto a dirotto. Chi ha perso dieci anni di vita. Chi è ancora senza voce. Chi si è affidato agli dei, chi alla scaramanzia, chi alla sorte. Tutti i tifosi giallorossi, alla fine, hanno esultato a squarciagola per il finale di Lecce-Pontedera: una gara poco adatta ai deboli di cuore, in cui i ragazzi di mister Franco Lerda hanno potuto gioire solo dopo 120 soffertissimi minuti e 16 interminabili rigori. Una di quelle gare che, nei ricordi di ogni sostenitore, rimane impressa per come la si è vissuta in ogni minimo particolare, dal silenzio surreale che si respirava l’istante prima della battuta, alla angoscia per un tiro dagli undici metri che in pochi secondi può decidere una stagione intera, fino all’urlo liberatorio finale . Abbiamo raccolto le testimonianze dei supporters leccesi presenti domenica sugli spalti del Via del Mare: ci hanno raccontato la “loro” partita delle emozioni durante la lotteria dei calci di rigore.

caglioni rigoriSalvatore Graziuso, storico frequentatore della Tribuna Est, si sofferma sull’atmosfera thrilling del Via del Mare: “L’entusiasmo iniziale si è tramutato in una grandissima paura, che ha raggiunto il culmine ai calci di rigore. C’era davvero il ghiaccio nello stadio. Mi sono imposto di stare calmo facendo training autogeno perché, se no, mi sarebbe venuto un infarto: ho cercato di vivere gli ultimi rigori con il maggior distacco possibile. Un rigore ammazza-fiato? Mi sono spaventato moltissimo al tiro di Martinez. Come unico merito dei calciatori, vorrei sottolineare quello di essere stati lucidissimi dagli undici metri, non era assolutamente facile”. Suo figlio, Giorgio, non ricorda di aver mai tremato tanto in passato: “Un silenzio tombale: gli ultimi tre rigori sono stati drammatici, era lì che si concentravano tutte le partite del campionato. Non ce l’ho fatta a trattenermi, e ad ogni rigore ho esultato come se non ci fosse un domani. Al rigore di Amodio ho temuto il peggio: aveva giocato male, il pubblico l’aveva contestato, pensavo che non ci fosse a livello mentale. Fortunatamente, ci ha smentito alla grande”.

Giulia Bosco si fregia delle sue doti da indovina dopo la “gufata” ai danni di Pastore: ”Me lo sentivo che l’avrebbe sbagliato. Non ho avuto il coraggio di guardare nessun rigore, ma quando è toccato a lui ho alzato lo sguardo e ho iniziato ad urlare “Lo sbagli, lo sbagli!” E l’ha sbagliato… Ero da sola allo stadio, per questo l’ansia era moltiplicata: per scaricare la tensione, avrò mangiato forse mezzo chilo di cioccolata. È stato un parto, ma alla fine è nato”.

Si descrive come un alienato durante i calci di rigore Marco Camassa, presente in Tribuna Est: “Non sentivo le persone attorno, guardavo solo la porta. A fine partita, gli spettatori vicini mi dicevano: ‘Guarda che non hai respirato per tutta la durata dei rigori’. Non esultavo ai gol, tiravo solo un sospiro di sollievo. Il timore che uno dei nostri potesse sbagliare era troppo forte: i ragazzi, abbastanza giovani e tutti alle prime esperienze, si avvicinavano al dischetto senza sicurezza, sembravano poco convinti. E’ stata la partita della scaramanzia: dopo i disastrosi 120’, ho cambiato posto isolandomi da tutti i miei amici. Volevo immortalare i rigori con una foto, ma quando ho visto che le cose andavano bene, ci ho ripensato all’istante. Perplessità su qualche rigorista in particolare? Letteralmente da brividi i rigori di Abruzzese e Diniz”.

rigore DinizAntonio Mazzotta ci fa rivivere così il clima di fuoco che si respirava in Curva Nord: “Inizialmente sembravano esser tornati i fantasmi di Lecce-Carpi: ci siamo tutti spaventati per un gioco davvero pessimo. Ai rigori, poi, avrò perso almeno dieci anni di vita. Tutta la curva era convinta che Diniz avrebbe sbagliato, visto che aveva avuto i crampi in partita. Attimi di terrore anche al tiro di Amodio, che si è impennato verso l’alto e sembrava destinato ad uscire: ‘No, alla Baggio!’ ha esclamato qualcuno (in riferimento al rigore sbagliato dal Divin Codino nella finale mondiale del 1994, ndr). Ad ogni rigore del Pontedera cambiavo dito da mordicchiare. L’esultanza finale è stata indimenticabile: di tutto e di più, mi hanno scaraventato da sopra a sotto. Uno con problemi di cuore in curva non ci sarebbe potuto stare”.

rigore AbruzzeseAnche Nicolò Rizzo era nel mezzo del cuore pulsante del tifo giallorosso: “Una volta arrivati ai rigori ho pensato al peggio, sentivo che non ce l’avremmo più fatta. Prima di ogni rigore, intonavamo un coro, poi, al momento del tiro, tutti col cuore in gola: sono state conclusioni terrificanti, perché appena sotto la traversa o all’incrocio dei pali. I rigori li ho visti tutti, mi sono coperto la faccia solo a quello di Diniz: temevo tantissimo il nostro terzino destro; quando si è presentato al dischetto ho imprecato contro il mister perché in partita aveva subìto un infortunio e non stava bene. Diciamo che ho perso un anno di vita per ogni rigore, più dieci per quello di Diniz: a voi il totale. Scaramanzie particolari? Mi invertivo di posto con mio cugino ad ogni rigore: al turno del Lecce sempre nella stessa disposizione, che si invertita quando toccava al Pontedera. Ha portato bene, lo rifaremo. Ho ancora mal di gola per il gol di Abruzzese: ho urlato a squarciagola, abbracciando e riempiendo di baci mio cugino. Meglio di una finale dei Mondiali… Nel tripudio dell’esultanza, mi è capitato di ricevere una gomitata tra gli spintoni che accompagnano il famoso coretto ‘Larilollarilollalero…’ Il risultato è stato un bel bernoccolo in testa. Ma l’emozione era troppo forte e mi ha fatto sopportare il dolore”.

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