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allenatori collageLECCE (di Italo Aromolo) – Il vecchio marpione di categoria o la giovane scommessa rampante: è il dilemma che attanaglia ogni presidente nella scelta dell’allenatore a cui affidare la propria squadra. Le scuole di pensiero si dividono tra chi ripone nei capelli bianchi di un tecnico stagionato le uniche garanzie per una stagione di successo e chi, nella speranza di lanciare nuovi Guardiola a basso costo, opta per l’entusiasmo di freschi ex calciatori alla ribalta.

Il giusto identikit non è mai facile da tracciare e la bontà della scelta dipende, alla fine e come sempre, dal giudizio del campo. Ciò non esclude che non si possano tracciare delle tendenze sull’età che dovrebbe caratterizzare un tecnico vincente, almeno in un microcosmo come quello del Lecce e in un periodo specifico come gli ultimi dieci anni.

allenatori anziani 2Il confronto: non è un Lecce per giovani. Giuseppe Papadopulo, Zdenek Zeman, Gigi De Canio e Serse Cosmi: nell’ultimo decennio sono stati questi gli allenatori che più di tutti hanno fatto piroettare gli ormoni del popolo
giallorosso. Con una costante dal punto di vista anagrafico: l’età avanzata che li ha visti arrivare in Salento abbondantemente dopo i cinquanta anni e con una lunga gavetta alle spalle. Zeman a 57 anni, Papadopulo a 58, Cosmi a 53 e De Canio a 52. Prendiamo invece i tecnici che hanno ottenuto risultati scarsi: Angelo Gregucci, Francesco Moriero, Eusebio Di Francesco e Antonino Asta avevano tutti meno di quarantacinque anni quanto sono approdati sulla panchina del Lecce. Nessuno di loro è uscito indenne dalla pressione della piazza e ha resistito più di qualche giornata. Casualità? Può essere, se si pensa che Eugenio Fascetti ha portato il Lecce in Serie A a soli 44 anni, Delio Rossi l’ha salvato a 42, Alberto Cavasin a 43…

allenatori vecchi e giovaniQualche perché, però, ce lo siamo provato a dare. Paradossalmente, quello che è mancato a questi tecnici emergenti è stato il “coraggio” di difendere, la personalità di attentare al 4-3-3 e simili mode “giovanili” che in molti praticano alla ricerca di un bel gioco non sempre realizzabile. A quell’età la voglia di stupire è troppa e non si può già passare per difensivisti o peggio ancora catenacciari. Asta, Moriero e Gregucci e Co. hanno spesso schierato quattro difensori e tre giocatori offensivi, mentre le disposizioni difensive a cinque sono state appannaggio esclusivo di grandi vecchi vincenti come Papadopulo, Cosmi e ora Braglia.

L’aspetto psicologico fa la sua parte: se un allenatore giovane può essere di forte stimolo per una squadra di talenti in erba, è più facile che un tecnico alle prime armi perda il controllo di un gruppo di senatori già affermati. Questo vale soprattutto per il Lecce degli ultimi anni, fondato su elementi dalla personalità così forte da superare spesso quella dell’allenatore. Il che, in uno spogliatoio di una squadra di calcio, non dovrebbe mai accadere. Il discorso esperienziale completa il quadro: un Piero Braglia che ha vinto tre campionati di Serie C può dare qualcosa in più di chi non lo ha fatto. Non solo sul campo, ma anche dal punto di vista comunicativo con allenamenti a porte chiuse, conferenze al vetriolo e certe pretattiche da far invidia agli antichi oratori romani. Se il prezzo da pagare per la vecchiaia è questo…

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