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foto fonte web

LECCE (di Massimiliano Cassone) – La Finale di Coppa Italia è stata meritatamente vinta dal Napoli contro la Fiorentina. Due belle squadre che hanno dato vita a un incontro vero nonostante l’aria fosse irrespirabile. Ha vinto 3-1 il Napoli. Apre le marcature Insigne grazie all’imbeccata vincente di Hamsik che dopo una corsa supersonica, lo innesca e lui, con un tiro capolavoro a giro, gonfia la rete. Il secondo gol è sempre suo, di Insigne, che calcia a rete, la sfera carambola su Tomovic e Neto è battuto ancora. I viola poi accorciano con Vargas servito da Ilicic che con una rasoiata regala la speranza ai suoi tifosi; la squadra di Benitez però in contropiede con Mertens scrive i titoli di coda su una serata che purtroppo resterà alla storia non per la partita giocata ma per i fatti antecedenti l’incontro.

L’Italia ieri ha perso ancora, davanti agli occhi dei telespettatori di tutto il mondo e soprattutto a quelli dei bambini che erano all’Olimpico.

 Mentre in ospedale un giovane tifoso 26enne lottava tra la vita e la morte e i calciatori di entrambe le squadre non sapevano se giocare e perché giocare ( il calcio aveva già perso contro la violenza), in uno stadio con sessantasei mila spettatori, l’assenso all’inizio dell’incontro è stato dato da un signore con una maglietta che inneggiava alla libertà di un tifoso che aveva ammazzato un poliziotto. A quel poliziotto, Filippo Raciti, proprio nei giorni scorsi la Lega Pro ha dedicato un premio che quest’anno sarà assegnato alla tifoseria più corretta. E volendo proseguire in termini calcistici, questo è il raddoppio dell’assurdo; il calcio perde due a zero. Le Istituzioni dovrebbero incominciare a porsi qualche domanda, ma non basta, una volta toccato il fondo si è raggiunto l’apice con i fischi all’inno nazionale. Uno schifo ingiustificabile fischiare l’inno di Mameli, eppure nella capitale d’Italia, durante la finale della coppa nazionale, è accaduto anche questo.

Vilipendio alle istituzioni e mancanza di rispetto per tutta la nazione e per tutti gli italiani che si sentono tali. E nemmeno a questo punto qualcuno ha deciso di fermare lo spettacolo; la partita doveva essere giocata e così è stato mentre tra un ospedale e un altro si sperava che il giovane colpito dal colpo di arma da fuoco riuscisse a vincere la battaglia più importante, quella per continuare a vivere.

L’Italia ha perso. Il sistema calcio ha perso, lo Stato ha perso, e non perché qualche signore con la maglietta provocatoria decide il destino di una coppa nazionale, ma perché manca la cultura giusta per capire che cosa è uno sport… E chi gestisce la “baracca” è troppo occupato a redigere “circolari” che nulla hanno a che fare con la prevenzione. Ieri in Tribuna c’erano le più alte cariche, ad iniziare dal Presidente del Consiglio; forse, in massa, avrebbero dovuto abbandonare l’Olimpico per dare un segnale forte all’Italia calcistica e per rispetto a quell’inno nazionale irriso e schernito. E invece no, allo spettacolo nessuno si è sottratto.

Sugli accadimenti culminati nello scontro a fuoco bisogna dire però che “Gli ultras non sparano, a sparare sono i delinquenti, gli ultras non sono dei delinquenti”.

Nelle prossime ore sicuramente sarà fatta luce sull’accaduto, ma gli ultras non vanno a tifare la loro squadra con l’arma in tasca, pronti ad ammazzare. Può accadere che in ogni tifoseria ci sia qualche mela marcia ma questo, in Italia, accade spesso in tutti i settori della nostra vita.

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