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LECCE (di Antonio Greco) -Non sarà Zidane, il suo idolo calcistico, ma i tifosi giallorossi si accontenterebbero che assomigliasse a Konan il Barbaro, vecchia gazzella africana che correva allegramente (a volte anche inutilmente) nei rettangoli verdi di serie A e B. Abdou Doumbia regala il primo sorriso al Lecce. Certo, una vittoria non fa primavera, ma il settembre nero sembra alle spalle.

A Pagani scoppia subito un caso. Manca l’arbitro. Ed allora, dopo qualche ricerca, ecco spuntare il supertifoso milanista Pelagatti: “Arbitro io”, dice. E così sia. Si comincia. Angolo per il Lecce. Bellazzini sgomita: “Datemi la palla”. E infatti finisce a terra. Tutti si voltano verso la tribuna a caccia del colpevole, si cerca una fionda, una catapulta, un boomerang. Nulla di nulla. Problema muscolare.

Primo guizzo dei giallorossi al 6′ con Lopez, detto “Liga”, per la sua folta chioma indiana e le sue “schitarrate” sulla fascia mancina. L’ex bresciano prova a far secco l’estremo campano, salvato dal sempreverde Perrotta, in fuga da Roma e rifugiatosi nella tranquilla Pagani per fare da nocchiere ad una banda di ragazzini. Poi sale in cattedra Vinetot. Il primo tempo del francese è da fantascienza: un paio di fallacci a quaranta metri dalla porta, un lancio “illuminante” nel deserto della trequarti campana e un erroraccio pure su fallo laterale. Sacilotto, uno dei cavalieri della tavola rotonda, sembra Tiramolla: al 18’ colpisce due volte di testa in pochi secondi. Un flipper innocuo per il tenero numero 1 azzurrostellato Volturo.

Al 27’ Diniz si accascia. Arriva in soccorso il massaggiatore Fiorita ma solo per vendere gassose “Chiurazzi” a tutti i giocatori. Doumbia si muove come un ghepardo. Peccato che decida di far amicizia con gli avversari piuttosto che scambiare la palla con i suoi compagni. Intanto in tribuna si notano trenta sbandieratori di Firenze a cui il presidente campano ha pagato la trasferta. Quattro i minuti di recupero decisi dall’arbitro, l’unico a cui piace la partita.

Il defibrillatore riporta in vita la Paganese dopo un primo tempo al cloroformio, ma l’effetto dura dieci minuti. Giusto il tempo per Perucchini di abbrancare la sfera un paio di volte per anticipare Novotny, l’unico antidepressivo campano sul commercio. Eppure i tifosi-carpentieri sistemati sui ponteggi si ridestano. All’11′ cavallone-Beretta si fionda a testa bassa ma spedisce a lato. Prima e dopo scattano due “gialli” per il Lecce: Diniz e Amodio, già con il fuso orario, vanno fuori tempo massimo.

Al 15′ entra Papini, allontanando la sfiga dopo un mese e mezzo di guai: undici secondi dopo prova a farsi perdonare (e ricordare) si tuffa in area e litiga con mezza Paganese. Riecco anche il rude Sacilotto, brasiliano di nascita ma con nonni uruguaiani: con un intervento ne fa fuori due, meglio della Coop. Per completare il quadro ci mancava Zigulì-Zigoni. Il pennellone entra al 32′, cinque minuti prima del gioco di prestigio di Doumbia: missile sulla traversa. Come con il Barletta. “Ritenta, sarai più fortunato”, recita l’ultima caramella inghiottita dal francesino. Che ci crede ed infila la porta avversaria con un fendente.

Gli ultimi minuti non sono un’odissea. Il Lecce gioca come si dovrebbe giocare in serie C, pardon: in Lega Pro. Diniz sembra Carmelo Miceli, spazza tutto quello che gli capita a tiro.

Si chiude dopo 6 minuti di recupero (tanti quanti sono i campani finiti a terra). Il Lecce vince come una provinciale. La Paganese s’incazza come una big. I tifosi sono inviperiti: ma si può perdere con il Lecce? Sì, si può.

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