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Gavino CoradduzzaLECCE (di Gavino Coradduzza) – Può essere che sia Perucchini a portarci  in alto, ma di solito non accade che sia soltanto una pedina, o magari due o tre, a produrre quei risultati che portano una squadra molto in alto perchè Perucchini è un portiere, vigila sulla sua porta, ma non gli si può chiedere di svolgere i compiti destinati ad altri, cioè fare pure gol. Intanto, c’è da osservare come la schiera dei paladini a tutti i costi, stando almeno ai numerosi commenti a caldo apparsi in queste ore sui social network, registri qualche defezione; non si può dire che vacilli, ma nell’aria aleggiano parecchi commenti del tipo: “La pazienza ha un limite…“, oppure: “Così non si va da nessuna parte…“: sono segnali!

Trovo che si tratti di un’esagerazione frutto della non unica deludente prestazione dei giallorossi, frutto quindi della forte passione per i colori e della delusione maturata al termine di una settimana costellata ed infarcita di peana e di buoni propositi. Personalmente mi fermerei a questo, evitando di unirmi ai “de profundis” che fanno capolino qua e là, così come avevo preso le distanze (attirandomi qualche antipatia e molte aspre critiche, ma ormai ci ho fatto il callo…) dalle sperticate lodi riversate a piene mani sulle vittorie prevalentemente stiracchiate nella sostanza. Non avendo mai immaginato e men che mai creduto che il Lecce fosse il Barcellona della Serie “C”; posso tranquillamente affermare che la scialba (molto scialba, in verità) prestazione di Matera non mi spinge a catalogare questo Lecce come figliastro del Lecce auspicato da tutti, lo considero, semmai, legittimo figlio di quello delle precedenti esibizioni e di tutto ciò che, analizzando con un minimo di distacco critico, ha contribuito a collocare i giallorossi in quella ibrida posizione di classifica che niente preclude, ma altrettanto niente autorizza ad esaltare. Sfumatura più, sfumatura meno, il Lecce sconfitto non è di molto dissimile dal Lecce vittorioso.

Digiuno come so di essere (rispetto a tanti altri…) di conoscenze altamente tecniche e salvifiche (se ne possiedo qualcuna me la tengo per me) sono privo anche di strumenti che aiutano a curare i mali calcistici; in buona sostanza non sono in grado di stabilire dove si annidino il male o i mali; per cui, come tanti altri, mi domando se si tratti di questione di giocatori, di guida tecnica, di modulo, di carattere e personalità di atteggiamento o cosa diavolo altro! Nel post-gara Braglia ha chiamato in causa l’ansia che, come conseguenza, produce la dilatazione delle difficoltà che incontra la squadra e che lo stesso tecnico con molta onestà denuncia. Ansia, perchè? Si dice ansia per non usare termini più stringenti  e dunque maggiormente piccanti e pungenti? Si ha, per caso, qualche timore di scalfire la suscettibilità di qualcuno? Come detto, io non so fornire risposte; a ciascuno il suo: io pongo domande e propongo argomenti; ad altri il compito di fornire le risposte. Risposte sul campo, ovviamente, e non soltanto a parole perchè è ormai arcinoto che le parole infiocchettano la settimana dal lunedì al sabato, ma poi arriva la domenica, la partita e troppo spesso la musica cambia
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