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Carletto Mazzone LECCE (di Tommaso Micelli) – Con 1278 panchine ufficiali di cui 795 in serie A, Carletto Mazzone è a tutti gli effetti un inarrivabile decano della scuola italiana degli allenatori apprezzatissima in tutto il mondo, oltre che una pagina importante della storia del calcio leccese con i quattro anni in cui ha occupato la panchina giallorossa. Nel cuore di questo pezzo di storia del calcio italiano, oltre alla sua Roma e all’Ascoli nel quale ha trascorso tantissimi anni della sua carriera da giocatore prima e da allenatore poi, un posto importante è occupato dal Lecce ed è così che Sor Carletto esordisce nella sua conversazione con Leccezionale.it con un sincero e spontaneo “Buonasera e sempre forza Lecce!

Ci pensa lui stesso a spiegare il motivo del suo forte legame con Lecce: “Lecce è una città che ricordo benissimo e a cui sono molto legato anche per i tifosi: ho un bellissimo ricordo di loro dentro e fuori dal campo. Il ‘Via del Mare’ era sempre una bolgia e ci hanno sempre trattato benissimo me come tutta la squadra. Furono anni importanti quelli, tant’è vero che si decise di ampliare lo stadio“.Mazzone a Lecce

Su chi sia la persona con cui ha legato di più, Carlo Mazzone non ha dubbi: “Sicuramente Peppino Palaia che per me è come un fratello, ogni tanto lo sento ancora e sono molto affezionato a lui: è una grande persona ed un grande professionista“.

Tra tanti allenatori che, per mancanza di coraggio o altro, non hanno mai puntato eccessivamente sui giovani, lui non ha mai avuto questo timore ed è stato il primo a credere in Checco Moriero: “Sono stato il primo a credere davvero in lui, dopo Lecce l’ho voluto anche a Cagliari e non ho sbagliato“.

Carlo MazzoneNegli occhi di chi lo ha seguito anche dopo l’esperienza giallorossa, è limpido il ricordo di un derby Atalanta-Brescia in cui, dopo il pareggio bresciano per 3-3 in extremis, Sor Carletto si lasciò andare in una corsa inarrestabile verso la curva ospite. La motivazione, in realtà, andava ben oltre la ovvia contrapposizione calcistica tra opposte tifoserie tra cui non corre buon sangue: “In quell’occasione c’era un risvolto molto più importante del semplice calcio: ci furono delle offese verso di me e mi chiamarono ‘Romano di m**da’ e ‘figlio di p***ana’. Io con mia madre ho vissuto la peggiore disgrazia della vita e, anche se nel calcio sono cose che magari si dicono e basta, invece io non scherzavo“.

Infine, l’idolo di schiere di amanti del calcio romantico, si congeda con una promessa: “Mi piacerebbe tornare a Lecce e salutare i tanti amici leccesi che ancora ho. Chissà che un mio ritorno nel Salento non coincida con la promozione in B…

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