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Marco Rizzo
Marco Rizzo

LECCE (di Pierpaolo Sergio) – L’idea di dare spazio e visibilità a giovani talenti del territorio salentino, offrirgli una vetrina ed aiutarli, magari, a realizzare un sogno è una delle molle che hanno spinto noi de Leccezionale a tuffarci in quest’avventura editoriale. Giorni fa mi è stato proposto di valutare tre racconti a firma di Marco Rizzo, oramai prossimo ai 27 anni, nato a Lecce, ma residente a Cavallino. Si tratta di tre storie che mettono al centro della narrazione il Salento e lo fanno con ironia, fantasia ed in maniera davvero originale. I titoli sono, rispettivamente, “Un pasticciotto non è mai sprecato”, “Dal Salento col talento” ed “Una cosa bella”. Si leggono tutti d’un fiato. Fanno sentire suoni e profumi di questo lembo di terra e da esso traggono spunti ed ispirazione.

Abbiamo chiesto all’autore cosa lo spinga a cimentarsi nella scrittura, una delle sue passioni più grandi.

La scrittura è una mia passione da sempre; mi è sempre piaciuto scrivere nei modi più vari e di vari temi, ma l’ho fatto per il semplice gusto di farlo, senza far leggere i miei scritti ad altri o partecipare a concorsi, almeno fino al 2012, quando ho partecipato alla seconda edizione del concorso ‘Fuori dal cassetto’, organizzato dall’associazione culturale Acli ‘Testi e Testi’ di Lecce e mi sono classificato terzo. Da lì in poi, ho partecipato ad altri concorsi, a volte con successo, a volte senza, ma sempre soddisfatto da ciò che avessi scritto“.

Marco Rizzo ha un sogno…

Riuscire un giorno a scrivere ed ottenere la pubblicazione di un mio romanzo e vedere il mio testo tra gli scaffali di una libreria, gli stessi che ospitano i miei idoli: Agatha Christie, Charles Bukowski, Stephen King, Giorgio Faletti, Andrea Camilleri e Gianrico Carofiglio“.

Augurando a Marco Rizzo di realizzare presto il suo sogno, vi proponiamo oggi il primo dei tre racconti, “Un pasticciotto non è mai sprecato”, che l’autore illustra così: Questo racconto l’ho scritto pensando alle cose di cui disponiamo noi salentini, pur essendo ormai molte di esse sdoganate e talvolta banalizzate. Da amante estremo dei dolci, stravedo per il pasticciotto e lo reputo uno dei cardini ‘cultural-gastronomici’ del Salento. La storia ha per tema la passione per il pasticciotto e la voglia di conoscere una ragazza, temi che ad un certo punto s’intrecciano, fino a diventare un tutt’uno. Il finale, nelle mie intenzioni almeno, dà quel briciolo di sorpresa e la morale che ne viene fuori è che bisogna comunque apprezzare ciò che si ha e ciò che fa parte della propria identità, perché, se ben custodito, sarà sempre in noi, a prescindere da eventi amorosi o delusioni di vario tipo“.

Buona lettura.

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“Buono! Tutto troppo buono!” disse il professor Antonio Costa, mentre poggiava sul tavolo il bicchiere che solo pochi secondi prima conteneva del Primitivo salentino. “Hai visto che non ti raccontavo fesserie?” gli fece il collega Oronzo Palmieri, il padrone di casa. Antonio era di Roma, ma l’avevano trasferito da poco ad insegnare alla “Giuseppe De Dominicis” di Lecce. Erano diventati amici e Oronzo aveva invitato lui e sua moglie a pranzo nella sua villa di campagna. O meglio, a trovare lui e sua moglie Agnese. Era una domenica splendida che gli aveva concesso di mangiare all’aperto, in quella che era una verandina con vista su campagna e salentinità varie. Aguzzando un po’ gli occhi, in lontananza, si vedeva appena l’Adriatico.

“E pensate che il meglio ancora non l’avete mangiato!” disse Agnese agli ospiti. Si alzò da tavola ed entrò in casa. Ne uscì pochi secondi dopo con un vassoio di pasticciotti ancora tiepidi. “Questi so’ i pasticciotti, me sa!” intuì con leggero accento romanesco il professore. Erano opere d’arte. Ovali di pasta frolla della dimensione di un pugno, più o meno, con sfumature cromatiche che andavano dal marrone chiaro al giallo, con spaccature qua e là, che gli conferivano l’aspetto rurale e al tempo stesso d’alta cucina. Il Salento in un vassoio. “Proprio così! Per noi salentini non sono un semplice dolce. Per me, poi, sono quasi la storia della mia vita…” Agnese sorrise, mentre gli ospiti si guardarono, interrogativi. “Questa mi manca, temo!” cercò di ricordare Antonio. “Sì, non te ne ho mai parlato. Ma posso dirti per esperienza personale che la vita di un uomo può dipendere da un pasticciotto…”

Quella mattina di giugno, il sole illuminava Otranto, il mare e il colle della Minerva. Per il giovane Oronzo Palmieri, quello, non era un giorno come un altro. Era il suo primo giorno di lavoro, pur essendo ancora minorenne. L’idea di trascorrere tutta l’estate in campagna a lavorare con il nonno e il padre non lo attraeva per niente e così aveva preferito andare a dare una mano nella pasticceria di alcuni amici di famiglia. Gli piaceva la cucina e sperava di diventare un buon cuoco. E poi, andava matto per i dolci, pensava che se fosse diventato un buon pasticciere, la sua vita non avrebbe avuto nessun problema. Sì, perché le cose importanti nella vita non erano la salute, i soldi o la famiglia. Erano i dolci. Dolci, sempre dolci, in qualunque momento. Li avrebbe preparati e mangiati. Finché diabete non ci separi.

Quel giorno trascorse più lentamente di quelli a venire. Le prime volte durano sempre più delle seconde, delle terze e delle successive. Qualunque cosa tu faccia, quando la fai per la prima volta, dura il doppio. Imparò le basi per lavorare sia in laboratorio, che a contatto con i clienti. Era una sorta di tappabuchi: quel che c’era da fare, lui lo faceva. Lavoravano in tre, là dentro: lui, il signor Pietro e Davide, suo figlio. Ogni tanto, la signora Elvira andava a dare una mano, ma trovava sempre il modo per litigare con il marito ed alla fine erano più i danni che i benefici che apportava. La giornata lavorativa finiva intorno alle otto e mezzo di sera e dopo usciva con i suoi amici. Insomma, una bella estate.

Mentre l’estate cominciava a volgere al termine, a metà agosto, Otranto era in festa. Si celebravano i Martiri, barbaramente uccisi dall’invasore turco. Negozi, bar e pasticcerie erano tutti aperti, anche quella in cui lavorava Oronzo, che di solito chiudeva molto prima delle altre. Della festa gustò ben poco, ma il signor Pietro gli promise che lo avrebbe lasciato libero per vedere i fuochi d’artificio e così fu. Finito di lavorare, raggiunse i suoi amici dalle parti della piazza. Erano tutti lì: Filippo, Andrea, Riccardo e Giuseppe. Erano già appostati per gustarsi i fuochi pirotecnici e gli fecero spazio sul muretto. Le gambe penzolavano nel vuoto e di fronte a loro il primo fuoco partì, illuminando il cielo otrantino. Tutto il paese era immobile, rapito da quello spettacolo meraviglioso, con luci di mille colori riflesse nel mare notturno.

Finiti i fuochi, abbandonata la festa, stava tornando a casa con Giuseppe, quando due ragazze gli fecero cenno con la mano. No, non erano rivolte a lui, ma al suo amico. Rimase folgorato. Quella a sinistra era la ragazza più bella che avesse mai visto. Capelli neri, mossi, occhi scuri e un sorriso splendido. Le due non si fermarono e proseguirono. “Ehi, e quella?” chiese a Giuseppe, afferrandolo per il braccio. “Quale delle due?” “Quella a sinistra, la mora!” Giuseppe sorrise. “Agnese!” fece. “Devo conoscerla!” Giuseppe scosse lentamente la testa. “Lo so, è bellissima. Ma non è cosa!” “Che significa? La voglio conoscere!” “Senti, so che tipa è. Non è né per me, né per te. Lascia perdere, non è cosa”. Tornò a casa a metà tra l’eccitato e l’arrabbiato, per il comportamento del suo amico. L’ultima cosa che gli era rimasta impressa in mente prima di addormentarsi non furono i fuochi d’artificio, ma gli occhi di Agnese.

L’aveva quasi dimenticata, quando un pomeriggio, intorno alle sette, entrò nella pasticceria. Anche le lancette dell’orologio si fermarono qualche secondo per ammirarla tutta. Lui pallido, catatonico. Lei radiosa, stupenda. Non sembrava l’avesse riconosciuto e, asciutta, gli chiese se fossero rimasti dei pasticciotti. Lui le rispose di no, che stavano chiudendo, ma che avevano ottimi fruttoni e cornetti, magari. Niente. Lei voleva il pasticciotto. Ringraziò e se ne andò, seccata. In pasticceria c’erano lui e Davide. Cominciò a fissarlo. “Che vuoi?” fece Davide. “Ma l’hai vista, che spettacolo?” “Sì, carina!” “Senti, devo chiederti un favore!” Davide lo guardò tra l’interrogativo ed il sospettoso. “Rimane tra me e te: posso farle un pasticciotto?” “Se lo sai fare…” Quel pasticciotto batté ogni record di velocità di preparazione. Scappò dalla pasticceria, tanto era orario di chiusura. Fortunatamente, Giuseppe gli aveva raccontato ogni dettaglio della vita di Agnese, almeno quelli che conosceva, compreso dove abitasse. Abitava quasi di fronte alla maestosa Cattedrale, non lontanissimo dalla pasticceria. Si fece largo tra le viuzze del centro, con i suoi negozietti, i suoi turisti, gli ostacoli tra lui e Agnese. Doveva fare in fretta: il destino gli aveva offerto un’occasione, rifiutare sarebbe stato da maleducati. E da stupidi. Giunse trafelato alla porta di Agnese e, pochi secondi dopo, lei aprì la porta. “Ciao! Ti ho portato questo!” fu ciò che riuscì a dire. La ragazza lo guardò come un esorcista guarda un indemoniato e, seppur recalcitrante, prese il sacchetto col pasticciotto e lo aprì. Sembrava contenta. “Oh, grazie!” “Figurati! Ovviamente, offre la casa!” Non fece in tempo di finire la frase, che Agnese gli sorrise, fece un cenno del capo e chiuse la porta. Ma lui era rimasto fuori. “Poteva andare peggio!” pensò a caldo, sperando che quella ragazza, un domani, lo avrebbe ringraziato davvero e magari sarebbe diventata sua moglie…

Il professor Costa sgranò gli occhi, con i baffi appena unti di crema pasticciera. “E quindi, è stato così che hai conosciuto tua moglie Agnese? Le hai offerto altri pasticciotti e alla fine ha ceduto, eh?” Agnese sorrise ancora, mentre Oronzo scuoteva la testa. “No, assolutamente no!” Il professore adesso era confuso. “Come no? E allora?” “E allora, quella storia non ebbe nessun seguito. Non vidi mai più Agnese e probabilmente non ne ebbi più voglia, dopo quel pomeriggio”. Ad Antonio qualcosa non tornava. “Ma allora, tua moglie…” “Mia moglie l’ho conosciuta molti anni dopo, in circostanze completamente differenti. Fui sorpreso anch’io quando mi disse che si chiamava Agnese, ma pensai che il destino m’avesse ricompensato per quel pasticciotto, solo apparentemente sprecato”. La moglie di Palmieri sembrava sbalordita. “Che storia!” disse, spalancando gli occhi oltre la fronte, quasi. “Sì, ho tratto diversi insegnamenti dalla mia storia!” “E sarebbero?” fece Antonio. “Beh, intanto, che nella vita può succedere di tutto: una Agnese ti rifiuta e un’altra ti sposa. Ma il secondo è quello più importante!” “E qual è il secondo?” “Che fare un pasticciotto non è mai sprecato!” disse, ridendo. Risata che si allargò a tutti e quattro e risuonò in tutta la campagna. Quella domenica di maggio, il sole illuminava Otranto, il mare, il colle della Minerva e la villa di Oronzo Palmieri. Su un muretto a secco, una lucertola s’abbronzava e dai fiori vicini giungeva un ronzare d’api. Nel vassoio dei pasticciotti, solo briciole e spuddhiculature di Salento.

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