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LECCE (di Antonio Greco) – Piove, campionato ladro. Un ladro capace di rubare punti e dignità ad una squadra gloriosa ed amata come il Lecce. Ma tant’è. Sulle gradinate del vecchio “Crescent” c’è chi prova a mercanteggiare il suo abbonamento: 50 euro, ultima offerta. Niente da fare. Non resta che guardare la partita e sperare nel buon Dio.

Il cuginastri barlettani si presentano in una perfetta divisa grigio melange. Una collezione autunno-inverno buona pure per fare una “vasca” in via Trinchese. Lo stopper ha la movenza di un ghepardo ammaestrato: ha la foto di Ogbonna a fare da sfondo nella sua camera da letto. Sull’altra sponda riecco Sales, il redivivo: è morto ma non lo sa. Questa volta, però, riemerge dalle ceneri come un’Araba Fenice e si scrolla di dosso timori e fantasmi di giornata. A centrocampo c’è ancora capitan Giacomazzi: ha solo cambiato nome all’anagrafe. Ora si fa chiamare Amòdio: stesso passo felpato, anche se domenica ha sbagliato le gomme. Dopo pochi minuti comincia a mulinare le gambe vorticosamente (alla Est scattano le scommesse: cade o non cade?). A fine gara darà la colpa alle Pirelli. Come Alonso. Peggio di Giaco, però. Almeno il vecchio capitano ogni tanto centrava la porta. Il bolide dell’uruguaiano pescato ai “Marangi” mentre tentava di adescare una ex badessa. La partita vive di fiammate. Protagonista, nel bene e nel male, è sempre lui: bonsai Miccoli. Chiede un paio di rigori. Inutilmente. Allora ci prova da solo. Ad un certo punto dimentica le nozioni basilari della fisica e si fionda contro quattro scagnozzi biancorossi. Ovviamente finisce per terra e chiede clemenza all’arbitro, inflessibile e incurante del pianto a singhiozzo del piccolo attaccante di casa nostra.

Secondo tempo ancora nel segno di Miccoli che ci prova anche di testa. Ma non è proprio giornata. Perucchini, intanto, inizia a fare merenda nella sua area di porta fino a quando Sales apre il loculo e tenta di allenarlo con uno spiovente maldestro e maledetto. L’ex numero uno comasco si ridesta, abbranca la sfera e torna a dormire. Minuto 17: entra il bel Nunzella, “Nunzia” per la Est. Giusto il tempo di battibeccare con Doumbia: il bianco e il nero non si capiscono proprio. Il Lecce staziona nel centrocampo biancorosso. Beretta sembra Ciccio Graziani a fine carriera: generoso ma con le polveri bagnate. Bellazzini finisce la benzina e va a comprare un Tom-Tom dove aver cambiato otto volte la fascia dall’inizio del match, soldatino Salvi resta lucido mentre Doumbia libera finalmente la sua anima selvaggia, urla come Tarzan e lancia un missile terra-aria contro la porta del Barletta: la palla colpisce la traversa e torna a centrocampo.

Ultimo sussulto al 38’ con il solito puffo magico-Miccoli. Illusione ottica: la palla sibila di fianco al palo. Ed allora dalla Est qualcuno invoca Ezio Panero, l’uomo della provvidenza, l’uomo che si alzava dalla panchina e segnava. Una sorta di Re Mida degli anni Ottanta. Ma siamo nel Terzo Millennio, ahimè. La Disfida col Barletta termina qui. Se ne riparla in un’altra vita. Perché una cosa è certa: o il Lecce fa il miracolo e va in B o i cuginastri vanno dritti, dritti in Seconda Divisione. Ma quest’anno non si retrocede, già…

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