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LECCE (di Antonio Greco) – I gufi restano a casa. Il Lecce anche. Non c’è posto al “Via del Mare” per uccellacci e uccellini, corvi e cornacchie, iettatori e malelingue. Ma non basta. Perché i giallorossi sembrano una banda di depressi sotto l’effetto di psicofarmaci. Vagano per il rettangolo verde in cerca di una identità. “Senza paura!”, urla un tifoso. Inutile. La  palla scotta. Il patatrac è in agguato. Ottavo minuto: cross innocuo dalla sinistra in area giallorossa. Bleve diventa amletico: “Esco o non esco? E se esco e poi non prendo la palla?” Risultato: il portierino resta a metà strada, beffato dal tocco morbido di testa di Marchi e dalla dormita di Nunzella.

Zigoni, figlio d’arte, si muove da par suo: invece di far salire la squadra, fa salire ai massimi livelli la bile dei sostenitori giallorossi. Non ne becca una. Capitan Miccoli fa tutto da solo al 19’: i calabresi si salvano. Ma è una fiammata e nulla più. Il giro palla del Lecce assomiglia ad un incubo. Lo stadio trattiene il fiato. Ferrero è un bronzo di Riace arrugginito, Martinez un cane sciolto, D’Ambrosio un cavallo azzoppato e incazzato, Nunzella un bambino a cui hanno regalato un chupa chups. All’ennesima distrazione “Nunzia, ricorda d’un tratto i suoi avi grazie al suggerimento di qualche tifoso della Est. Bellazzini svolazza come una piuma al 38’ e prova ad infilare Bindi, ma Rosy”, soprannominato così da un gruppo di pensionati calabresi affezionati al vecchio Pci, non si fa sorprendere.

Intanto Miccoli si era arreso per infortunio. Il capitano abbandona la nave nel mare in tempesta. Ma i tifosi non disperano. Entra Beretta: “Ha il colpo in canna”, dice un folkloristico supporter. A dire il vero, non ha neppure la canna. Passano 2 minuti ed il Catanzaro prova il bis, ma il numero 11 ospite non è Palanca. E si vede. Il sinistro lo usa solo per camminare: esterno destro che non fa paura.

Il Lecce cerca di andare avanti. Impossibile creare pericoli ai calabresi, anche perché sono poco etero: giocano tutti di spalle alla porta. E allora quando la sfera arriva iniziano una serie di problemi: 1) evitare di essere anticipati dall’avversario; 2) tentare di stopparla; 3) provare a girarsi; 4) capire se c’è qualcuno per “scaricarla”; 5) provare il dribbling (pia illusione). Dopo l’uscita di Miccoli l’unico in grado di saltare l’uomo è Moriero, ma preferisce stare in panca.

Secondo tempo. Giallorossi vivi. D’Ambrosio segna subito a 5 centimetri dalla porta. Lo stadio finalmente si sveglia ed esulta. Ma l’effetto-ginseng dura appena 10 minuti… Il Lecce torna quello di prima. Gli schemi non saltano perché non ci sono. Saltano invece i nervi a Ferrero-Rocher, la sua dolcezza sconfinata si trasforma in rabbia: gomitata e sgambetto nei giro di pochi minuti. Rosso inevitabile, come quello per il compagno D’Ambrosio poco dopo. Lecce ridotto in 9. Peccato, ancora un’altra espulsione e si poteva giocare a Calciotto

Entra Vinetot e sul “Via del Mare” cala il buio. Tre minuti per certificare la sua idiosincrasia con la sfera: Fioretti va a piedi ma sembra a bordo di una Ferrari testa rossa. Due a zero e buonanotte. Zigulì-Zigoni prova a entrare nella storia con un rovesciata alla Parola. Ma ovviamente per lui non c’è posto: un bocconcino per il portiere calabrese. Il resto è noia. Fischi e invettive. Con la new entry della contestazione verso i Tesoro, sbeffeggiati e vilipesi. Checco Moriero cerca specchi su cui arrampicarsi: “Abbiamo fatto un passo avanti”. Ribaltate la classifica, please.

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