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LECCE (di Italo Aromolo) – Un ciclo. Settembre è il lunedì dell’anno: vecchi e giovani, lavoratori e studenti riprendono la fatica quotidiana dopo la lunga domenica estiva. In queste ore a Lecce e in tutta Italia riaprono le scuole, si concretizza quel vero e proprio incubo per tutti i ragazzi, che si vedono privati del sole e del mare per immergersi in nove mesi di studio e di interrogazioni. Anche io, fresco di maturità al liceo classico “Palmieri”, ho sempre detestato il primo giorno di scuola, porta dell’Inferno la cui insegna recita “Lasciate ogni speranza, oh voi ch’entrate”, citazione dantesca scritta a caratteri cubitali all’ingresso di una delle mie vecchie classi.

Ed è proprio vero, perché a tutti il primo giorno di scuola appare come l’inizio di un tempo morto, che non sembra trascorrere mai. Ricorderò per sempre i momenti e le sensazioni angoscianti del primo giorno: la sveglia accompagnata dal pensiero: “Non è vero, è arrivato davvero, non è vero”, lo sguardo alla finestra verso il grigio cielo di settembre, l’arrivo a scuola trasformato in una gara per prendere i posti in ultima fila, gli sguardi con i compagni, all’apparenza sorridenti, ma in realtà animati da un: “Non avrei mai voluto rivederti”, l’odiosa circolare del dirigente che augura buon anno scolastico a tutti e l’immancabile discorso del professore della prima ora: “Mi raccomando ragazzi studiate perché questo in particolare è un anno importante”, ripetuto dal primo al quinto anno tra gli sbadigli e gli sbuffi della classe.

In questi giorni, mentre tutti i miei amici più piccoli si lamentano dell’inizio delle lezioni, io provo sensazioni particolari, agrodolci, che smentiscono tutte le mie imprecazioni sui professori, sui compiti a casa e sulle ore di studio: forse la scuola, come tutte le cose belle della vita, è un dono invisibile che pochi apprezzano, se non quando non lo hanno più, quando fa parte del proprio passato. E’ una parabola che credo abbiano vissuto e vivranno tutte le generazioni di studenti: la scuola, odiata nell’esserci, amata nell’esserci stata.

Così mi ritrovo appena diplomato a scrivere che ho nostalgia. “Nostalgia?!? Ma ti senti bene?” mi risponderebbe un qualsiasi liceale facente parte della razza umana, salvo poi, pochi anni dopo, ripetere lui a gran voce la stessa parola e sentirsi rispondere allo stesso modo da chi, più giovane, vive la scuola come un carcere, in preda a sogni di gloria da realizzare al più presto nel “mondo dei grandi”.

E’ il ciclo dell’odi et amo, per riprendere le parole del poeta latino Catullo, anche lui odiato e amato da tutti gli studenti ma forse più odiato… Provo un po’ di tristezza al pensare a quel clima che si respirava a scuola; mi sembra di essere stato in una dimensione magica e unica, un clima che non rivivrò più, né all’Università, né al lavoro: l’empatia con i compagni, le visite guidate con le altri classi, il rapporto con i professori (ebbene sì, anche quello…), le convulse assemblee d’istituto, gli scioperi, oltre che all’incalcolabile bagaglio culturale e metodologico che la mia scuola mi ha lasciato, dimostrano come al termine del percorso di studi bisogna solo dire grazie alla Scuola, per tutte le emozioni che ha trasmesso, positive o negative che siano state. Grazie non solo per quello che la scuola ha fatto vivere nel passato ma soprattutto grazie per quello che farà vivere in futuro, perché è una palestra che forma e prepara ad affrontare tutte le sfide dell’avvenire.

E allora, un consiglio a tutti gli studenti: demoralizzatevi pure, rattristitevi e odiatelo questo primo giorno – la scuola non sarebbe tale se così non fosse – ma fatelo nella consapevolezza che un domani vi tornerà utile e il guadagno ottenuto sarà di gran lunga superiore al sacrificio fatto, perché ve lo porterete appresso per tutta la vita e nessuno ve lo potrà mai sottrarre.

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