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LECCE – Erano 3269 gli spettatori paganti al “Via del Mare” per la gara d’esordio del nuovo Lecce targato Moriero-Miccoli. Tanti, proprio tanti, in una calda serata d’estate; i signori della stanza dei bottoni della Lega, sicuramente sono rimasti sbalorditi da un’affluenza di pubblico simile per una gara quasi anonima di un turno preliminare di Tim Cup. A vederla così sembra un successo del calcio moderno e invece no. Ieri lo stadio di Lecce era una cartolina sbiadita. Le curve chiuse al pubblico per gli incidenti del 16 giugno scorso non erano un colpo d’occhio piacevole, anzi, erano un colpo in un occhio. curva vuota

Una punizione severa quella di togliere i colori in uno stadio, anche perché i colpevoli fermati e arrestati per quei gesti esagerati del dopo Carpi, stanno già pagando, forse anche troppo.

A cosa serve punire un settore o due e limitare l’entrata allo stadio di chi crede fermamente in quel posto come fosse casa propria? Ieri potevano esserci anche tremila spettatori in più e invece no, c’era solo il silenzio assordante di chi non era presente.

Tutte le persone che vedono “i ragazzi da stadio” come a una congerie di teppisti, sicuramente non potranno mai scusare o perdonare i gesti che hanno portato a ricevere questa punizione. Chi non capisce, o non vuole farlo, che in Curva, più di altri posti, tra di loro, si cementano l’amicizia, la lealtà e il coraggio di difendere il proprio amore, quello più forte, quello per dei colori, per una maglia, sicuramente ieri avrà pensato che quasi 3300 persone sono un buon numero di tifosi per ricevere i dilettanti del Santhià.

Tutto è opinabile ma senza Ultras, senza cori, senza calore e senza colore non c’è partita.

senza ultràIn Italia il calcio sta scemando e siamo “nulla” ormai di fronte ad altri stati europei.  La gente si sta disinnamorando anno dopo anno; poltrone e tv sono diventati i “settori” preferiti per vedere una partita da chi non ha mai respirato l’odore acre di un fumogeno.

Prima di entrare allo stadio, ieri sera, si parlava con dei colleghi di com’era prima: i bagarini sulla via dello stadio e nel piazzale antistante, le bandiere, le prime scritte alquanto artigianali sulle magliette, le trombe “rimbambenti”, i fumogeni e quell’entusiasmo che si specchiava nella bottiglietta di un Borghetti che profumava d’antico. E poi i cori, i tamburi che battevano il ritmo non solo della gente da balaustra ma di uno stadio che accoglieva le pene di una settimana di lavoro.

È anche vero che sporadicamente si sono registrati scontri e violenze che vanno condannate e punite. Com’è vero che oggi ci sono pene, come quella di chiudere dei settori di uno stadio (e a volte lo stadio intero) che penalizzano la passione di chi vive il calcio sulla propria pelle.

No alla violenza in tutte le sue forme o sfaccettature, sia chiaro; no “anche” alla criminalizzazione di tutti per gli errori di pochi. No a criminalizzare gli Ultras, punire chi sbaglia ci sta, “amputare” il lato “antico” del calcio, no.

Non per essere ridondanti ma senza Ultras non c’è partita.

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