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LECCE (di Elisa Morello) – Questa che Leccezionale Salento ha deciso di compiere è la storia di un viaggio da Oriente a Occidente, un viaggio che non ha visto distinzioni tra passeggeri di prima e seconda classe, e che giorno dopo giorno ha modificato – e ancora modifica – le nostre vite. Negli ospedali si vedono persone vestite da astronauti, ma il viaggio non è verso lo spazio; quella divisa serve a proteggere dal nemico invisibile coloro che lottano ogni giorno per salvare vite umane: medici, infermieri, OSS e personale sanitario. Questi astronauti hanno bisogno – ormai lo abbiamo imparato – del supporto di tutti: forze governative, Protezione Civile, Forze Armate e Polizia, ma anche lavoratori nei supermercati, trasportatori e piccoli commercianti che hanno sempre garantito i beni di prima necessità.

Foto: Monica Cafaro

Chi non è impegnato in prima linea nella guerra contro il Coronavirus, si è trovato comunque coinvolto in questo viaggio che, tutti insieme, abbiamo dovuto intraprendere modificando le nostre vite e adottando comportamenti preventivi. Tra quelli che sono impegnati anche ora in prima linea, abbiamo scelto alcuni per raccontarvi questo viaggio dal primo giorno fino ad oggi:

D., un agente di Polizia, racconta: “Prima fase: il momento più brutto in cui la confusione regnava sovrana, quando ancora non si capiva se fosse un’epidemia o semplicemente una forte influenza. Durante il briefing il comando ti diceva di far evitare la creazione di assembramenti, ma contemporaneamente ti diceva di non indossare la mascherina per non creare panico. Incontravi il collega che ti salutava calorosamente e successivamente un altro collega che ti guardava come fossi un appestato. Uscivi per strada e con tutto il tatto possibile, invitavi la popolazione a non creare assembramenti e la stessa ti guardava come se fossi un alieno.

Una volta tornato a casa, tante le domande che frullavano nella testa: “Mi avrà infettato la persona con la stretta di mano? Ora lo trasmetterò alla mia famiglia?” Poi, finalmente, è arrivata un po’ di “chiarezza”, ci è stato comunicato che non si trattava di una semplice influenza. Ci siamo ritrovati a vivere una situazione professionale completamente diversa da quella a cui eravamo abituati. Non eravamo più quelli che pattugliavano la strada solo per reprimere eventuali illeciti ma siamo diventati un riferimento per le persone che tra le centinaia di regole non hanno saputo più cosa si potesse fare e cosa no; alle stesse persone spesse volte abbiamo dato delle risposte, le quali non sono state  più corrette dal giorno dopo.

Professionalmente non è facile gestire questa situazione anche perché le regole, giustamente, non sono abbastanza rigide e spesso si richiede all’operatore di polizia di entrare nel merito della situazione e di valutare in maniera “discrezionale” come procedere, un potere che è della magistratura e non delle forze di polizia. Spero che nella seconda fase la gente possa continuare a mettere in atto quei comportamenti preventivi che fino ad ora ha avuto. Anche perché se la popolazione non capirà che l’emergenza non è finita non c’è nessuna forza di polizia che può limitare il contagio del Covid. FORZA ITALIA”.

Foto: Monica Cafaro

Nei giorni in cui sono scattati i primi allarmi” – ricorda M., medico del 118 – “ero nell’ospedale di Cittadella, dove lavoro saltuariamente come medico di Pronto Soccorso. In un ospedale vicino al nostro, i pazienti risultati positivi al tampone, fino a quel momento erano stati visitati senza alcuna protezione. Il Veneto è una regione virtuosa, da quel momento i contagiati e i loro contatti stretti sono stati tutti individuati e aiutati nella gestione della quarantena. E questo mi ha tanto rassicurato.

Abbiamo continuato a lavorare con relativa serenità, i responsabili e le istituzioni sono stati presenti ed efficaci fin dal primo momento, ma la paura del contagio ha inevitabilmente condizionato le relazioni. Durante una pausa pranzo o quando prendiamo un caffè insieme, continua a sembrarmi innaturale dover stare distanti e senza sfiorarsi. Tuttora ci si guarda con cordiale diffidenza, la certezza di non essere positivo al virus non ce l’ha nessuno, l’altro non è più “paziente” o “collega”, non più destinatario di cure o di aiuto ma possibile fonte di pericolo per se stessi e per la propria famiglia. Sono tornato a Roma, dove abito e svolgo la maggior parte dei turni di 118 in automedica, era appena stata diffusa la notizia sul contagio di Codogno, erano i giorni in cui si è verificata la “fuga” da Milano. L’atteggiamento nella città dove vivo è un po’ diverso: la reazione alla paura spesso viene esternata come assoluta noncuranza: “il rischio zero non è raggiungile, non ci tutelano, mancano le mascherine, quindi me ne frego e faccio come mi pare”. Anche a lavoro!

Foto: Monica Cafaro

Questa reazione, non la considero frutto di incoscienza, ma la percepisco come il grido di ribellione di chi si sente solo nell’affrontare il nemico invisibile. D’altronde, super eroi solitari e senza paura non ne ho mai visti fuori da una sala cinematografica. Quello che invece coincide tra nord e sud sono le strade e i Pronti Soccorsi deserti, si lavora solo sulle vere urgenze e si presta sempre tanta attenzione quando si va a casa di persone con febbre o sintomi. Anche le persone che ci chiedono aiuto hanno, in fondo, paura di noi. Adesso sono appena tornato dall’unico trasporto sanitario di una paziente positiva al virus, tutto bardato per più di 2 ore, in una divisa impermeabile a tutto, dentro la quale dopo un po’ non si respira più. Non ci si riconosce nemmeno tra di noi, se non fosse per il nome scritto di fretta sul petto con un pennarello.

Foto: Monica Cafaro

Il virus tanto temuto mi sta facendo in realtà apprezzare tutto ciò che prima era normale e le cose fin ora date per scontate. Anche respirare non è più come prima, se i pensieri sono condizionati dalla certezza di avere un virus mortale che abita nella signora a 20cm da me, quando sono in ambulanza. Mi sta ricordando che non sono padrone della mia vita, che non lo sono mai stato e che sono pochissime le cose che veramente dipendono da me.

Solo la Provvidenza può far si che questa reciproca ostilità lasci il posto alla consapevolezza che siamo tutti sulla stessa barca e insieme bisogna remare, altrimenti si affonda. Quindi ci si dà una mano sempre. Ogni collega è disponibile più di prima a fare qualcosa per l’altro, oltre lo stretto necessario, ad allontanarsi un attimo da quello che sta facendo per dare una mano al vicino in difficoltà, negli ospedali così come sul territorio. Nessuno sta fermo con le mani in mano una volta finito il suo compito. Personalmente e professionalmente più volte mi sono trovato a pensare di essere grato di poter vivere questa epoca, perché fuori da me c’è qualcosa che mi sta costringendo a puntare la luce su quello che veramente conta. Da solo non l’avrei mai fatto“.

Foto: Monica Cafaro

C’è poi chi non ha potuto festeggiare a dovere il conseguimento della laurea, frutto di anni di duro lavoro, come la neo-infermiera L.: “Una laurea a porte chiuse, un giorno dove la mia famiglia l’ho potuta vedere solo attraverso uno schermo. Non ho avuto neanche il tempo di realizzare e il giorno dopo mi sono ritrovata con me stessa nello svolgere la professione che ho sempre sognato con mille paure, ansie ma anche con tanta voglia di donare amore e attenzione nell’unità di terapia intensiva Covid del Policlinico Gemelli di Roma.  Quel giorno è stato carico di emozioni: sguardi di pazienti immobili e isolati, con un casco per la ventilazione non invasiva, ai quali era permesso di vedere volti familiari attraverso dei tablet. I loro occhi pieni di amore, di tristezza e tanta paura. Quello che mi auguro è che tutti, ognuno di noi, un giorno si possa essere più consapevoli del singolo vissuto e di quanto un abbraccio ad una persona possa essere pieno di valore”.

Se tutti digiteremo il codice “r-e-s-p-o-n-s-a-b-i-l-i-t-à” nella nostra cassaforte mentale, solo così potremo annientare il nostro nemico invisibile e riprendere in mano quella che adesso ci è stata temporaneamente tolta, la libertà, per salvaguardare le nostre vite, il bene primario in assoluto. “Tornerai tu, tornerò io”, insieme nelle nostre città e saranno ancora più belle. Per adesso ricordiamoci di tenerle al sicuro…

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