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Riceviamo e pubblichiamo il pensiero di Irene Myriam Serinelli, una studentessa salentina del Liceo Classico e Musicale “Palmieri” di Lecce, che ha voluto raccontare come si vive all’epoca del Covid-19 e delle rigide norme di contenimento dell’emergenza sanitaria che ormai riguarda un intero pianeta. Parole cariche di dolore, ma anche di speranza con alcune riflessioni su come il mondo stia cambiando, cambiando anche tutti noi…

LECCE (di Irene Myriam Serinelli) – Non possiamo più distogliere lo sguardo dal dolore del mondo. Come quando, guardando un film, saltiamo quella scena che non vogliamo vedere, portando avanti i minuti o cambiando canale. No, qui non abbiamo pulsanti “skip”. No, questa è la vita vera e tutto il suo dolore ci riguarda. La tv trasmette i camion militari che trasportano le salme dei morti di coronavirus, non c’è più posto nei cimiteri. Cosa fai? Cambi canale? Forse è meglio passare la serata guardando quel famoso talent, almeno distrae. Ecco, è qui che ti sbagli. È questo il momento in cui più in assoluto dobbiamo prestare attenzione. Chi se l’aspettava, vero?

Forse abbiamo sempre pensato di essere immortali. Ci siamo pensati capaci di raggiungere ogni cosa con la nostra intelligenza e la nostra tecnologia. Abbiamo costruito realtà sempre più grandi, abbiamo ogni giorno aumentato i nostri ritmi già folli. Ci siamo visti onnipotenti. Ma poi, la vita, in queste settimane, ci ha messo davanti alla paura. Chiusi in casa, a distanza l’uno dall’altro. Abbiamo così sperimentato che sono poche le cose che contano davvero e non hanno a che fare con la potenza, ma con la fragilità.

Ci siamo riscoperti fragili e capaci di piangere davanti al cuore di qualcuno e questo è davvero potente. Sì, ci sono zone chiuse dentro di noi, zone che abbiamo tenuto nascoste per così tanto tempo e poi dimenticato, riempiendo le nostre giornate di “fatti” e “troppe cose da fare”. E ora, che ci sembra di galleggiare nel vuoto, forse può essere questo un tempo per stare dentro, dentro le cose, dentro noi stessi, con il nostro silenzio. Per capire finalmente che non possiamo permetterci tutto, che possiamo dire “non posso”, che poi è proprio della nostra umanità.

Stiamo capendo, forse, che possedere un cellulare non vuol dire possedere tutto. Ora che la tecnologia è l’unico mezzo per rimanere collegati, sentiamo che questo affollamento di situazioni così social non basta più. Ci serve toccare, percepire il profumo delle persone, avvertire tutto, sempre più forte, sempre più in alto, perfino le stelle hanno un profumo.

Abbiamo dovuto frenare le nostre corse e manie di essere dappertutto. Molte fughe della nostra vita le facciamo per non guardarci dentro. E ora, è lo sguardo che fa rinascere. Sono gli occhi l’unica parte scoperta di noi ora, l’hai notato? L’unica che non sia protetta da mascherine, guanti, tute. L’unica vulnerabile. Ma è proprio lo sguardo di qualcuno che si posa sulla tua vita a cambiarti.

Ci tocca rallentare, prendere un ritmo diverso, imparare nuovi passi che la vita ci sta indicando, imparare con lentezza a stare al mondo in modo diverso, ad abitarlo, meno invadenti, più leggeri e più silenziosi, proprio come nuovi passi di danza. Stiamo imparando a vivere nel piccolo, a fare le cose piccole, che poi sono quelle essenziali.

E nel frattempo, è arrivata la primavera, ma non ce ne siamo accorti. Quasi come un segnale, ci è esplosa fuori, sarebbe bello lo facesse anche dentro. Chi glielo dice al sole di sorgere ogni mattina? Chi alla bella stagione di tornare costantemente ogni anno? Eppure eccola, inesorabile, inarrestabile. Arriva come se nulla fosse, col suo carico di vita, dopo aver combattuto l’inverno. Viene senza chiederci il permesso. Il suo compito è fiorire e dirci, forse, che si può sbocciare anche dopo gli inverni più rigidi.

Mi auguro e auguro agli uomini che questo non sia soltanto un temporale che poi si asciugherà senza lasciar traccia. Confido anzi che renda buona la Terra per far germogliare cuori morbidi anche nel deserto. Farci invadere dal dolore del mondo. Farci mancare il respiro. Questo è ciò che ci rende vivi.

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