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LECCE (di Italo Aromolo) – Andare in trasferta in Italia comporta sforzi sempre più titanici per quei tifosi che fanno del pallone una sana malattia. E che, pur di assistere dal vivo alle gesta dei propri beniamini, decidono periodicamente di viaggiare per centinaia e centinaia di chilometri, anteponendo la fede calcistica ad altre priorità della vita. Ma proprio questa frazione di appassionati che il sistema-calcio dovrebbe coccolare in maniera speciale, in quanto disposta ad investire dosi di tempo e denaro che farebbero rizzare i peli all’inifinitamente più ampia frangia di “salottisti” e “tastieristi“, finisce spesso per essere penalizzata dalle falle di un sistema che fa acqua da più parti.

Qui non parliamo solo dell’inveterata questione della fatiscenza strutturale degli impianti sportivi: se è vero che quelli italiani si stanno progressivamente ammodernando, il Settore Ospiti è sempre l’ultimo in ordine cronologico a godere di nuovi comfort, ribaltando l’antico principio di ospitalità in nome di una logica schiettamente opportunistica a favore del tifoso locale. A titolo di esempio, prendiamo il terzo anello dello stadio San Siro, da cui i tifosi avversari assistono alla partita alla “modica” distanza di 47 metri di altezza dal terreno di gioco.

Anche il tema della speculazione economica torna ciclicamente alla ribalta delle cronache: l’ultimo episodio vede protagonisti i tifosi di Parma e Udinese, che per il costo del biglietto hanno rinunciato alla trasferte di Napoli (40 euro) e Torino (43). “Non siamo più disposti ad essere bancomat” scrivono i parmensi a proposito di una spesa ritenuta folle, anche in ragione dei costi del viaggio. Per risolvere la questione basterebbe ispirarsi al modello francese, dove il tifoso riceve tutele economiche eccezionali grazie all’imposizione di un prezzo simbolico fisso per le trasferte: 10 euro in Ligue 1 e 5 in Ligue 2.

C’è poi la gestione della sicurezza: per essere garantita ottimamente dalle forze dell’ordine richiede misure che finiscono per condizionare in negativo l’esperienza-trasferta. Accade così che fino a poche ore prima dall’inizio della partita non si conoscano i requisiti di residenza per poter accedere allo stadio, in attesa delle disposizioni degli organi competenti; che per accedere al settore occorra essere perquisiti anche tre volte; che al termine della partita si impongano lunghissime attese, come quella di quasi due ore nell’ultima trasferta dei tifosi leccesi a Brescia, per tornare al parcheggio riservato. Non è certamente nostro compito giudicare la validità di queste operazioni, ma è palmare che comportino dei disagi e lì dove si possa intervenire (ad esempio comunicando a tempo debito le limitazioni sull’acquisto dei biglietti) sarebbe opportuno farlo.

Quello del tifoso da trasferta rappresenta l’ennesimo paradosso all’italiana: mentre il cliente che spende di più è trattato ovunque coi guanti di velluto, qui da noi la sua figura è spesso criminalizzata in maniera preventiva e generalmente accompagnata da un alone di diffidenza. Nonostante ciò, la storia di chi viaggia per una maglia è come una fiaba da raccontare a un bambino, ovvero sentimenti incontaminati che prevalgono sull’odissea di difficoltà e terminano puntualmente con il lieto fine: una bella giornata di sport all’insegna di ciò che si ama. “Amor vincit omnia” diceva il poeta latino Virgilio più di duemila anni fa: l’amore vince tutto, anche le mille tribolazioni di un’ordinaria trasferta.

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