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LECCE (di Italo Aromolo) – Prosegue il viaggio de leccezionale.it attraverso le personalità del calcio italiano a cui sono intitolati i principali stadi. Nella prima puntata (leggi qui) vi abbiamo parlato del cuore rossoblù di Renato Dall’Ara, presidente del Bologna dal 1934 al 1964, della competenza mondiale di Artemio Franchi, dirigente ai massimi livelli FIFA e UEFA, dell’animo battagliero di Luigi Ferraris e Carlo Castellani, calciatori di Genoa ed Empoli la cui prematura scomparsa si è intrecciata con gli eventi bellici del secolo scorso. I protagonisti del racconto odierno sono invece Renato Curi (stadio di Perugia), Armando Picchi (stadio di Livorno), Romeo Menti (stadio di Vicenza e Castellammare di Stabia) e Mario Rigamonti (stadio di Brescia).

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Renato Curi

RENATO CURI – Perugia. Parlare di Renato Curi a Perugia significa mettere tutti d’accordo su un pezzo di storia della città umbra. Un nome che, forse anche per come suona, con quelle due vocali strette, chiuse e un po’minacciose, non può lasciare indifferenti: in collegamento dallo stadio “Curi”, evento storico qui al “Curi”, tutto esaurito al “Curi”. Brividi, sì, ma chi era Renato Curi? Un centrocampista dalle buone qualità, un po’acerbo dal punto di vista tecnico ma dotato di grande corsa e volontà infinita. Siamo nel 1977 e il giovane Curi, 24 anni appena compiuti, è uno degli elementi più promettenti del Perugia di Ilario Castagner, quello che l’anno prima aveva sconfitto la Juventus consegnando lo scudetto al Torino (a proposito, gol di Curi…) e che di lì a poco sarebbe passato alla storia come il “Perugia dei miracoli” (al secondo posto e con nessuna sconfitta in Serie A). Ma di quella squadra Curi non ne poté mai farne parte, stroncato da un arresto cardiaco nel mezzo di Perugia-Juventus: sceso in campo nonostante i dubbi fino all’ultimo, il centrocampista del Grifo si accasciò al suolo pochi minuti dopo uno scontro di gioco col leccese Franco Causio. Subito si percepì la gravità della situazione perché il giocatore era a terra esanime e si contorceva in attesa dei soccorsi. I medici tentarono di tutto per rianimarlo, ma all’arrivo al Policlinico di Perugia dopo una folle corsa in ambulanza il suo cuore aveva già smesso di battere. Quel cuore che, come l’autopsia avrebbe rivelato, era cronicamente malato. Secondo alcuni Curi lo sapeva (“Ho il cuore capriccioso” – diceva – “ma è un cuore d’atleta, perché i suoi battiti irregolari si stabilizzano proprio quando corro e mi affatico”), ma aveva scelto di andare avanti in nome della passione di una vita, proprio quel pallone che tragicamente alla vita l’ha tolto.

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Armando Picchi

ARMANDO PICCHI – Livorno.Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarnieri, Picchi…” È la formazione della Grande Inter, la squadra che vinse tutto a metà degli anni ‘60 e di cui Armando Picchi, per gli amici semplicemente “Armandino”, era il capitano. Libero di origini livornesi, Picchi è stato un’icona della formazione neroazzurra, allievo del “mago” Helenio Herrera con cui alzò al cielo tre campionati italiani, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. La carriera di allenatore, iniziata precocemente, prometteva piuttosto bene con una salvezza con il Livorno e l’avvento alla guida della Juventus a soli 35 anni. Ma Picchi dovette abbandonare la panchina dei bianconeri a stagione in corso, per il manifestarsi della malattia che lo avrebbe portato a morte di lì a pochi mesi (una forma di amiloidosi degenerativa). Spirò a maggio dello stesso anno, il giorno prima che la “sua” Juventus giocasse la finale di Coppa delle Fiere contro il Leeds United, ma la morte non fu resa pubblica fino al triplice fischio per sua espressa volontà di non turbare gli animi juventini in un appuntamento così importante. Il giorno dopo venne ricordato con queste solenni parole in un editoriale de La Stampa: “È a uomini come Picchi che sono affidate le sorti perigliose d’uno spettacolo che si muove sempre su fondali abnormi, sono gli uomini della misura di Picchi che possono reggere e manovrare le briglie d’un carrozzone […] avventuroso e tenerlo sul binario giusto: se mancano questi uomini, è sbigottimento e dolore per tutti”.

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Romeo Menti

ROMEO MENTI e MARIO RIGAMONTI – Vicenza, Juve Stabia e Brescia. Il dolore per una tragedia senza precedenti ha assunto le dimensioni dell’immortalità anche grazie a loro, Romeo Menti e Mario Rigamonti. L’uno ala destra, l’altro difensore, accomunati dall’onore di aver fatto parte del Grande Torino, la squadra degli “Invincibili” che perì tra le ragnatele della basilica di Superga il 4 maggio 1949, in un incidente aereo di ritorno dalla trasferta di Lisbona. Era stato proprio Romeo Menti a segnare l’ultimo gol di quel Toro, il definitivo 4-3 su un calcio di rigore eterno. La fine di un epoca, almeno nei tabellini. Vicenza e Brescia, rispettive città natali, hanno loro reso omaggio con l’intitolazione dello stadio comunale: i tifosi delle due squadre, lo facciano almeno una volta, si soffermino qualche attimo sull’insegna del proprio stadio, la leggano e la rileggano ad alta voce pensando al nome da onorare varcata quella soglia: siamo certi che sarà un emozione.

 

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