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Pankiewicz e De Masi

LECCE – Il Movimento giovanile di Valori e Rinnovamento lancia un accorato appello alle autorità competenti in merito alla festa dei leccesi, e cioè i festeggiamenti in onore dei Santi Patroni, chiedendo che questa sia ripensata e non smantellata, che sia cucita addosso alle esigenze dei leccesi e magari potenziata, tenendo presenti i veri valori della festa stessa e il periodo socio – economico attuale. Qui di seguito il comunicato stampa diramato dall’associazione giovanile che vede in Francesco De Masi e Karol Pankiewicz le proprie guide.

 «Sobrietà per la crisi economica e le difficoltà finanziarie, certo, giusto. Centralità del significato religioso della festa, certo, giustissimo. Qualche iniziativa di beneficenza, benissimo. Ma, per favore, anno dopo anno, NON SMANTELLIAMO LA FESTA NOSCIA, perché, così facendo, penalizziamo i leccesi e i salentini, in modo particolare il popolo semplice, la gente umile, che aspetta per un anno questi tre giorni della Festa Patronale e, inoltre, facciamo una brutta figura con i tantissimi turisti, che, invece, con un adeguato programma, potrebbero essere informati ed attratti ancora in numero maggiore. Anche perché in qualunque paese o paesino della provincia di Lecce, le feste patronali sono molto più belle e curate. La FESTA NOSCIA va ripensata e potenziata perché :

  1.  Il leccese, il salentino partecipando alla Festa Noscia si sente parte integrante dell’insieme sociale al quale appartiene. Il leccese verace pretende, dico io giustamente, suono di BANDE e di campane, LUMINARIE, sparo di FUOCHI pirotecnici ed anche le BANCARELLE NEL CENTRO della città con gli strilli dei tradizionali rivenditori. La festa popolare è tale proprio perché nasce dal popolo, soprattutto dalla parte più umile del popolo. Fa bene al popolo, proprio per questo il momento festivo è da sostenere, valorizzare e rigenerare nel tempo, quale fenomeno sociale con forti VALENZE IDENTITARIE E ANTROPOLOGICHE. Un momento di festa che esalti l’immagine di Lecce, della leccesità, della “salentinità” .
  2. Occorre tener presente che, a fronte di poche decine di migliaia di euro che si risparmierebbero riducendo o peggio abolendo le luminarie, il DANNO ECONOMICO che subirebbero i nostri operatori turistici e commerciali, soprattutto gli addetti ai lavori più umili (per esempio, camerieri dei bar del centro) sarebbe molto più pesante. Si pensi, infatti, che bar e ristoranti del centro ricorrono in quei giorni ad assunzioni straordinarie. Potrei continuare a lungo, naturalmente arrivando anche agli stessi operai che lavorano nelle ditte che curano le parature.
  3.  Le luminarie, soprattutto, oltre a creare l’aria di festa, infatti, attirano migliaia di turisti, i quali, tra l’altro, dopo essere venuti a Lecce in uno dei tre giorni della festa, se ne innamorano e spesso programmano un ritorno per meglio visitare le bellezze artistiche della città. Perciò le luminarie andrebbero potenziate ripristinando anche le antiche affascinanti gallerie. Si dovrebbe poi qualificare e caratterizzare LA FIERA con prodotti tipici locali, sia di carattere enogastronomico e agroalimentare che artigianale, rendendola originale e attrattiva. Occorre, in particolare, alimentare una vera e propria CULTURA ENOGASTRONOMICA E AGROALIMENTARE da promuovere in campo nazionale e internazionale .Si dovrebbero ripristinare le bande e la musica lirica, organizzando EVENTI artistici e culturali DI QUALITA’, con i tanti eccellenti artisti e gruppi locali. Se tutto ciò avvenisse, attraverso l’ INCREMENTO DEL FLUSSO TURISTICO il ritorno economico per i più poveri,   come spesso esorta l’Arcivescovo D’Ambrosio, sarebbe di gran lunga più consistente e significativo.

 In conclusione, affermiamo che occorre ripensare la “festa noscia” potenziandola, rigenerandola, organizzandola con maggiore attenzione, facendone un momento di riscoperta della “leccesità”, di aggregazione sociale e di attrazione del turismo, coerente con una città d’arte, ricca di cultura e di tradizioni. Una vera, grande festa popolare che riconduca alle radici di questa terra» .

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