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calcio non vedentiLECCE (di Italo Aromolo) – Lecce sul tetto dell’Italia calcistica come squadra più titolata e vincente di sempre. Non è un sogno da frustrazione dei tifosi giallorossi, ma la realtà del calcetto per non vedenti, disciplina in cui il capoluogo salentino eccelle nella squadra dell’A.S.Cu.S. Lecce. Lo storico sodalizio leccese, fondato nel lontano 1985, ha vinto ben 8 dei 12 campionati nazionali fin qui disputati: imbattibile, o quasi. In un mondo in cui soldi e sponsor sono più rari di un Gronchi rosa, la passione di un gruppo di giovani non vedenti leccesi ha alimentato un progetto in cui passa quasi in secondo piano l’aver portato il Salento sportivo così in alto: giocare, divertirsi e stare insieme sono gli obiettivi primari, se non unici, di questa squadra. Nell’ambito della nostra rubrica sugli sport impropriamente detti “minori”, abbiamo intervistato Davide Dongiovanni, centrocampista dell’A.S.Cu.S. Lecce e della Nazionale Italiana, nonché appassionatissimo tifoso del Lecce che ai nostri microfoni ha già raccontato la sua personale storia di tifo (LEGGI QUI per Storie di tifo: Davide, non vedente col Lecce nel cuore).

Davide Dongiovanni
Davide Dongiovanni

Davide inizia col tracciare una panoramica storica del movimento, dalle origini negli anni ’80 fino ai giorni nostri:“L’A.S.Cu.S. è un’associazione sportiva nata nel 1985 a Lecce, che si occupa essenzialmente di calcio ma non solo: pratichiamo anche altre discipline come lo showdown (il ping-pong per non vedenti) e il nuoto non agonistico. Il calcetto per non vedenti nasce per volontà dell’attuale presidente, Salvatore Peluso. Ha mosso i primi passi tramite partite amichevoli, intrise di quello spirito di amicizia attraverso cui vive anche oggi: quello di divertirsi e di ritrovarsi per stare insieme. Pian piano il movimento si è strutturato, da semplici incontri amichevoli si è passati a far parte della UISP (Unione Italiana Sport Per Tutti) e della FISD (Federazione Italiana Sport Disabili). La vera svolta è stata quando, all’inizio degli anni Duemila, il CONI ha istituito il CIP (Comitato Italiano Paralimpico), che ha gestito tutte le attività per disabili tra cui il calcetto per non vedenti. Possiamo datare l’avvio del movimento organizzato con gli albori del CIP. Come movimento non strutturato nasce invece 30 anni fa: nel panorama leccese, si può dire che lo sviluppo del calcetto per non vedenti coincida con quello dell’A.S.Cu.S. Sono stati disputati 12 campionati nazionali, dei quali l’A.S.Cu.S ne ha vinti ben 8. Le squadre che partecipano ogni hanno sono otto: Lecce, Bari, Rappresentativa Marche, Rappresentativa Ligure, Empoli e Siracusa. L’A.S.Cu.S è prestigiosissima perchè, oltre agli 8 campionati, ha vinto 5 Supercoppe italiane e 4 Coppe Italia. A livello internazionale non c’è niente di organizzato ufficialmente: abbiamo vinto qualche torneo amichevole, ad esempio in Francia o in Albania, ma erano più che altro tornei di promozione, non agonistici”.

Le regole del calcetto per non vedenti prevedono una serie di accorgimenti per rendere il gioco più rapido e spettacolare: “Si gioca in cinque, un portiere vedente e quattro giocatori non vedenti. Il portiere vede ma non può uscire, deve stare nei due metri di area di porta, altrimenti è rigore. I quattro non vedenti giocano con le bende agli occhi e con una mascherina, perché a livello clinico alcuni non vedenti sono classificati come tali pur avendo un residuo di vista che potrebbe avvantaggiarli nel gioco. Si gioca su un campo di calcetto dalle normali dimensioni, con delle particolarità che consistono nella presenza di sponde di legno sui lati lunghi del campo, alte circa un metro e venti, con lo scopo di tenere la palla sempre in gioco. La palla esce solo per il calcio d’angolo e per la rimessa del portiere. Il pallone è sonoro, presenta dei sonagli che emettono suoni al movimento e permettono la corretta ricezione della palla. Il gioco si sviluppa rasoterra, non ci saranno mai palloni alti. Come conoscere la posizione del compagno al momento del passaggio? Una squadra organizzata come la nostra – spiega il calciatore leccese, di ruolo centrocampista – sa quasi a memoria le posizioni dei vari giocatori. L’abc del calcetto per non vedenti dice però che bisogna chiamarsi a vicenda. Questo è valido anche per gli avversari: un avversario che ti sta venendo addosso deve avvisare che ti sta venendo a marcare, perchè egli, non avendo il pallone, non fa rumore. Così si evitano gli scontri, che altrimenti sarebbero frequentissimi. Il portiere vedente guida la fase difensiva: ‘Copri a destra, spostati a sinistra’ possono essere le sue indicazioni. La fase offensiva è invece curata dalla cosiddetta ‘guida all’attacco’, una persona vedente che è messa dietro la porta avversaria e che indica alla squadra sia come sviluppare la manovra offensiva, sia la posizione della porta, di modo che chi attacca sappia dove tirare”.

ascus non vedentiDavide sottolinea come il calcetto per non vedenti sia uno sport che richiede non poche abilità:“In questo gioco si abbinano capacità di orientarsi, di muoversi, di coordinarsi, di ascoltare. Tutto ciò la rende una disciplina bellissima, che non può non essere apprezzata da chi ha la fortuna di vederla. Sponsor non ce ne sono, siamo noi a spendere tanti soldi per pagare le trasferte e le attrezzature. Tra gli aspetti meno belli di questo sport, oltre alla mancanza di soldi, cito quella sorta di paura che hanno le famiglie nel mandare i propri figli a giocare a calcetto, pensando che si facciano male. Questo può accadere se non è rispettata la sopracitata regola della “chiamata” dell’avversario, ma comunque non accade mai nulla di grave. Il seguito di pubblico? In base a quanto è pubblicizzato. Ora va meglio, ma qualche anno fa non lo conosceva quasi nessuno. Ovviamente c’è una maggiore flessibilità nei limiti di età: io, che ho 37 anni, gioco da quando ne avevo 14, e ho fatto il mio primo allenamento a 11 anni. Ci alleniamo una volta a settimana, il mercoledì: non siamo professionisti e lavoriamo. Negli ultimi anni, grazie al Comune di Lecce che ci è venuto incontro, ci alleniamo gratuitamente ai complessi sportivi ‘San Massimiliano Kolbe’ a Lecce. A corollario di tutto questo movimento, esiste anche una Nazionale di cui io faccio parte e di cui mister Pasquale Porcello, nostro allenatore, è da poco diventato cittì. Tecnicamente, però, il nostro livello è piuttosto scarso, non ci siamo mai qualificati né ai Mondiali, né alle Paralimpiadi”.

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