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G. SemeraroLECCE – Tre anni di reclusione per aver coscientemente avvelenato la falda acquifera che scorre sotto la città di Lecce nella zona di viale Taranto. E’ stata questa la pesante richiesta di condanna (la massima per un simile reato) avanzata oggi dall’accusa al giudice Silvia Minerva nei confronti di Giovanni Semeraro nel processo all’ex patron dell’U.S. Lecce, intentato a seguito dell’inchiesta su “Studium 2000″, vale a dire l’erigendo nuovo polo umanistico dell’Università degli Studi del capoluogo salentino, che insiste proprio sui terreni immediatamente attigui all’ex deposito di idrocarburi “Apisem“, ed il cui sottosuolo sarebbe stato inquinato dalle sostanze fuoriuscite dall’ex deposito di carburanti di cui Semeraro era proprietario.

L’accusa nei confronti dell’imprenditore leccese, che è difeso dall’avvocato Andrea Sambati, è di avvelenamento colposo delle falde acquifere e di omessa bonifica, poiché gli interventi di messa in sicurezza del deposito, ormai dismesso già a partire dal 1997 e realizzati solo 5 anni fa, non sarebbero stati adeguati.

rifiuti-specialiPare infatti che se tali misure di contenimento dell’inquinamento fossero state adottate non appena la gravità della situazione era venuta a galla, il problema si sarebbe potuto risolvere rapidamente e senza troppe conseguenze per la falda acquifera stessa. Invece, secondo la requisitoria del procuratore aggiunto Ennio Cillo, Semeraro avrebbe disposto un intervento non consono all’emergenza, inquinando la vena acquifera che scorre sotto l’Apisem.

Le perizie presentate dall’accusa nel processo indicano che il grado di inquinamento di quei terreni è 27 volte superiore a quello consentito per le aree industriali, ma addirittura 500 volte superiore a quello che invece è ammessa dalla legge per le aree urbane residenziali. Un avvelenamento di cui l’imprenditore sarebbe stato a conoscenza, motivo per il quale la richiesta della condanna è stata così drastica, ma prevedendo, ad ogni modo, un’eventuale sospensione della pena in caso di immediata e concreta bonifica della zona interessata.

Oltre all’Ateneo leccese, si sono costituiti parte civile nel processo Legambiente, Regione Puglia ed il Codacons.

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