ZENICA – Sì, è successo anche stavolta. Non è un incubo e neppure un beffardo pesce d’aprile, ma l’amara e cruda verità che manda negli annali la terza assenza consecutiva della Nazionale Italiana dalla Coppa del Mondo. Dopo una partita spigolosa, controversa e giocata in inferiorità numerica dagli azzurri per circa 80′ complessivi, ai calci di rigore sono stati i bosniaci di capitan Dzeko e compagni a gioire. Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia ed Erzegovina: un tris di fallimenti giganteschi che lasciano un’intera generazione priva della possibilità di guardare la rappresentativa del proprio Paese giocarsi anche solo una misera manciata di partite ai Mondiali a cui non si partecipa da oltre un decennio.
Un decennio, 12 anni per la precisione, che poi diventeranno 16 fino alla prossima kermesse, qualora dovessimo fare l’impresa – perché adesso è più che lecito parlare d’impresa – di strappare questo benedetto, o maledetto, pass per parteciparvi. C’è poco da andarci leggeri: si tratta di una vergogna assoluta, soprattutto per una Nazione in cui si vive di calcio, a tutte le ore ed in tutte le salse. Con discreto ritardo, probabilmente, è arrivata l’ora per i responsabili di queste ripetute e scandalose débâcle di assumersi le evidenti colpe e lasciare spazio ad una rivoluzione improcrastinabile.
In tal senso, si fa davvero fatica a comprendere le parole del presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, Gabriele Gravina: “Negli sport dilettantistici si possono adottare scelte e decisioni che nel professionismo non sono possibili“. Sport dilettantistici? I successi ottenuti negli ultimi anni dai protagonisti della pallavolo, nel motorsport, nel tennis o ancora nelle varie discipline individuali come nuoto o atletica leggera, il mondo del calcio se li sogna. Sarebbero “quelli del calcio” i professionisti? Forse sì, ma nel cercare alibi, nel rimandare i cambiamenti di un sistema che fa acqua da ogni parte, ma non di certo nel vincere, cosa che, tolto un clamoroso (ed anche fortunato) Europeo vinto 5 anni fa, abbiamo dimenticato da quel 9 luglio 2006, ultima gloriosa istantanea di un calcio ormai andato che ha portato in bacheca 4 Coppe del Mondo e 2 titoli Europei.
Ad oggi, risulta molto difficile pensare ad una risalita anche perché è possibile solo dal momento in cui ci si mette seriamente a ricostruire da capo le fondamenta del sistema, dalla base le scuole calcio e fino ai tre maggiori campionati professionistici. Sul tavolo dovrebbero, devono e dovranno essere discussi numerosi problemi, ormai arcinoti, tra il numero assai elevato di stranieri che arrivano in modo cadenzato ad ogni sessione di mercato, ed il fatto che una percentuale spaventosa di stadi italiani sia datata, da rifare ed in certi casi proprio fatiscenti. La difficoltà nel riconoscere una meritocrazia in questo sistema, basti pensare alle recenti convocazioni discutibili del CT Gennaro Gattuso, che ha prediletto la logica del gruppo che, però, dal post-2021 è finito col tornare completamente nel pallone. Così come nel pallone siamo tutti noi che ci ritroviamo a ripetere praticamente le stesse cose da tanto, troppo tempo…















