LECCE (di Pierpaolo Sergio) – Nel sempre più compresso calendario della Serie A non c’è più spazio neppure per le pause “sacre” che in passato erano rigorosamente rispettate. La deliberata scelta di programmare un intero turno di campionato tra vigilia, Pasqua e Pasquetta (quando si giocherà Lecce-Atalanta) riaccende un dibattito che ritorna ciclicamente: fino a che punto il calcio può occupare ogni spazio del tempo di tifosi ed addetti ai lavori, anche quello tradizionalmente dedicato allo stare in famiglia o riservato alla spiritualità? Le festività pasquali, per molti italiani, rappresentano un’occasione per ritrovarsi, condividere un pranzo con i propri cari, una gita fuori porta o, più semplicemente, rispettare un momento che ha un significato religioso profondo. Inserire in questo contesto un turno di campionato significa chiedere a tifosi, lavoratori del settore ma anche alle forze dell’ordine di rinunciare a quella dimensione di intimità e riposo che la Pasqua porta con sé.
Non è solo una questione di calendario sportivo, ma di sensibilità culturale. Il calcio italiano, sempre più orientato alle esigenze televisive e commerciali ad esclusivo vantaggio di chi opera nel settore, sembra aver smarrito la capacità di riconoscere quei confini simbolici, un tempo imprescindibili, della comunità che lo foraggia. La scelta di far giocare in giorni santi rischia di trasformare una festa solo in un’ennesima occasione di consumo, svuotando di senso un momento che dovrebbe essere dedicato a ben altro.
Ma è utile tornare a sottolineare l’aspetto che vede migliaia di persone chiamate a lavorare per garantire e raccontare lo svolgimento delle partite, mentre il resto del Paese si ferma. Una contraddizione che stride con l’idea stessa di festività collettiva. Il calcio è parte integrante della cultura italiana, ma non può pretendere di sovrastarla. Rispettare feste comandate come Pasqua e la Pasquetta non significa impoverire lo spettacolo, ma riconoscere che esistono valori e tradizioni che meritano una pausa, anche nel milionario mondo dello sport professionistico.
Forse è arrivato il momento di chiedersi se davvero valga la pena che ogni spazio debba essere ulteriormente riempito dal giocare e trasmettere una partita, o invece se il campionato debba tornare a concedersi, e concedere a tutti gli italiani, un giorno di silenzio, dedicato allo stare in famiglia e, per chi crede, alla riflessione. Stadi lasciati volutamente vuoti e magari anche un seguito pressoché azzerato sulle piattaforme che detengono i diritti televisivi forse sarebbe il miglior segnale da mandare al sistema-calcio inteso in senso complessivo, cominciando da chi lo gestisce, che il tifoso in primis merita rispetto e non essere tconsiderato solo e sempre più come un cliente da spennare ed a cui togliere anche il sacrosanto diritto di trascorrere le feste con i propri cari.















