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LECCE (di Italo Aromolo) – Liverani-Mazzarri 2-1: la vittoria del Lecce in quel di Torino e il conseguente profluvio di elogi da ogni angolo d’Italia sono merito, soprattutto, dell’allenatore romano. C’è tutto il Liverani-pensiero nell’impresa dell’Olimpico: novanta e passa minuti che per atteggiamento, intensità e gioco hanno rispolverato i connotati del vecchio Lecce, oggi così diverso negli interpreti, così simile nella mentalità offensiva a quello che dominò la Serie B.

Fin dai primi minuti di gara il tecnico giallorosso ha sparigliato le carte tattiche per ovviare al 3-5-2 di Mazzarri, dove gli esterni di centrocampo (De Silvestri a destra e Aina a sinistra) facevano presagire sconquassi. Legittima la preoccupazione in casa Lecce: per arginare l’ampiezza di un modulo – quello a cinque centrocampisti –  che già contro l’Inter aveva mandato in tilt la compagine salentina serviranno terzini a tenuta stagna e centrocampisti a scivolare lateralmente a supporto.

Un inserimento di Tabanelli, che arriva a due passi da Sirigu senza marcatura.
Tabanelli in avanti e Farias sulla linea dei centrocampisti.

Liverani la risolve così: la catena di destra funziona tradizionalmente, con Rispoli che va a prendere molto alto Aina, su cui Majer raddoppia con indefessa puntualità. A sinistra le schegge che fanno inceppare l’ingranaggio di Mazzarri sono Andrea Tabanelli e Diego Farias: i due flirtano in un continuo interscambio di posizioni senza dare riferimenti offensivo-difensivi al Torino; Farias gioca praticamente da quarto di centrocampo, inaridendo direttamente De Silvestri senza costringere Calderoni agli straordinari; Tabanelli si posiziona spesso più avanti del collega brasiliano – in entrambe le fasi – con inserimenti che fanno saltare le marcature programmate e lo liberano più volte in zona-gol.

 

Nel secondo tempo, dopo il pareggio del Torino, mister Liverani sostituisce Lapadula e Farias per gli omologhi Mancosu e Babacar: muscoli freschi per sfruttare le prevedibili voragini lasciate dal Torino, senza snaturare l’identità tattica della squadra. Mazzarri s’incarta nel tentativo – esclusivamente emotivo – di vincere la partita: a venti minuti dalla fine il suo cambio vede dentro un attaccante esterno, come Verdi, e fuori un centrocampista, ovvero Baselli.

In difficoltà in copertura il centrocampo del Torino: il Lecce attacca con più uomini.

La mossa consegna la mediana ai piedi del Lecce: con un uomo in meno in mezzo al campo, la già impoltigliata manovra del Torino perde ulteriormente di consistenza e fatica anche in fase di copertura. Nelle terre di Tachtsidis il Lecce spira in solitaria come un tornado di corsa, idee, tecnica e rapidità di esecuzione, trovando il vantaggio con Mancosu e sfiorando più volte il 3-1.

 

Gli uomini portati avanti dal Lecce in occasione del corner da cui parte il contropiede al 78esimo.

Anche con il risultato dalla propria la mentalità della squadra non cambia, a tal punto che su un calcio d’angolo a favore (siamo al minuto 78) sono in 5 i giallorossi in avanti e, sul ribaltamento di fronte, Belotti e Zaza gustano un ghiotto due-contro-due che la respinta di Gabriel evita trasformarsi nel più paradossale dei gol subiti per il Lecce.

 

Il due-contro-due al termine dell’azione.

E’ la vittoria di Liverani, non tanto per il risultato – sempre schiavo dei capricci del caso, come la decisione VAR al 100esimo minuto – quanto per la pervicace promozione di una filosofia di gioco: quella secondo cui una neopromossa come il Lecce può imporre il suo calcio d’attacco – o quantomeno provarci – su tutti i campi di Serie A. L’intrigante mission ha staccato il primo certificato di qualità, ma non ditelo al suo allenatore e a questi calciatori: l’incoscienza è lo scudiero del coraggio e ogni impresa di questo tipo ne necessita tanto.

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