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Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Stella Corigliano, tifosissima del Lecce, nonché cronista attenta e puntuale che ha saputo raccontare con passione e professionalità le gesta del Lecce negli Anni Ottanta, quello di Franco Jurlano ed Eugenio Fascetti.Buona lettura…

LECCE (di Stella Corigliano) – Nel calcio del tutto e subito, di procuratori faccendieri, di calciatori che vengono e vanno senza alcun senso di appartenenza, delle gestioni societarie approssimative, dei bilanci falsati, il Lecce di Saverio Sticchi Damiani ha intrapreso sin dal suo insediamento un percorso programmatico meritevole di fare scuola ed essere preso come modello.

Scelte minuziose che non hanno mai lasciato nulla al caso: le operazioni di marketing tese a fidelizzare una tifoseria delusa (eccezion fatta per il solito “zoccolo duro” presente sempre e comunque), la cura capillare della comunicazione, un vicepresidente iper-social come Corrado Liguori che fa da trait d’union con la tifoseria, il ritorno alla “cura” del Settore Giovanile ma, soprattutto, la scelta degli uomini giusti, tasselli fondamentali ciascuno nel proprio ruolo, dal Ds Mauro Meluso, al ritorno di Peppino Palaia.

L’anno scorso fu l’anno della liberazione dall’inferno della C, quest’anno il campionato di B con l’obiettivo salvezza confacente alle aspettative di una neopromossa. Nessuno avrebbe osato chiedere di più e invece questo Lecce si presenta subito con autorevolezza, cresce sempre di più nella qualità del gioco e nei risultati con una corsa leggendaria e inarrestabile verso la Serie A, la “A” di apoteosi!

È la vittoria di una società capace di fare un’ottima programmazione, operare le scelte giuste nei ruoli chiave e con un’idea precisa di calcio propositivo. È la vittoria di Mauro Meluso, un autentico “cecchino” del mercato; non ha sbagliato un colpo. Mi direte: “E Chiricò?” Definiamolo un “errore di valutazione ambientale a parametro zero”, a cui ha rimediato rimettendolo sul mercato e portando in cassa una plusvalenza. Non ha sbagliato un colpo, dicevamo, mettendo nel mirino calciatori che avessero forti motivazioni, ragazzi di qualità con una “fame” maturata da precedenti infortuni o delusioni che ne avevano frenato il percorso o come nel caso di Lucioni vogliosi di riscattarsi. Man mano che il Lecce cresceva, dava continuità ai risultati e convinceva, diventava sempre più plausibile ambire seriamente ad un posto nei play-off

Il calciomercato di gennaio era la cartina di tornasole degli obiettivi: tra operazioni in entrata e in uscita, Meluso assesta colpi a ripetizione. Una più di tutte mi ha dato la sensazione che si stesse andando anche oltre l’obiettivo play-off: l’acquisto di Panagiotis Tachtsidis, il greco che Zdenek Zeman nella Roma preferiva a De Rossi, tanto per intenderci. Ma anche essere riusciti a trattenere pedine fondamentali come Fabio Lucioni e Marco Mancosu, convincendoli a rinunciare alla Serie A immediata con Sassuolo e Cagliari con un’argomentazione avvincente: conquistarla sul campo col Lecce. “Ce l’andiamo a riprendere”, chiosò Lucioni a fine mercato e si capì subito che c’era da credergli…

Meluso non finisce di sorprendere neppure quando,in previsione della lunga e forzata assenza di Manuel Scavone, torna sul mercato degli svincolati e porta a Lecce a parametro zero un illustre sconosciuto: Zan Mayer, ragazzo sloveno che senza conoscere due parole in italiano, appena 6 giorni dopo l’ufficializzazione del suo acquisto, era già in campo con la personalità di un veterano.

È la vittoria di Peppino Palaia, altra scelta vincente della società che ha scelto di ricostituire un aggancio col passato, con la storia del Lecce, perché il dottor Peppino è la storia del Lecce. Già il suo ritorno l’anno scorso aveva consolidato il senso di appartenenza che solo lui poteva riuscire a trasmettere; la Curva Nord che gli chiede “Peppino portaci in B” e lui che risponde con una maglietta “U.L. vi ho accontentati” quel 29 aprile 2018 durante i festeggiamenti sotto la Nord.

Relativamente all’acquisto da parte di Meluso di giocatori reduci da precedenti infortuni in altre squadre, il caso lampante è Andrea Tabanelli, arrivato a Lecce l’anno scorso martoriato da infortuni probabilmente mal curati nelle precedenti esperienze, con una condizione fisica non ottimale; oscilla tra alti e bassi, si inserisce ma senza mai diventare determinante. Quest’anno il Taba, che brilla per una simpatia travolgente, diventa travolgente anche in campo, sbaraglia i suoi record personali per qualità delle prestazioni e numero di gol e si trasforma in “Taba-showtime”, merito di una condizione psicofisica recuperata pienamente grazie anche al lavoro di uno staff medico di eccellenza.

Ma la vittoria più grande di Peppino Palaia (e di tutto lo staff medico) è quella di aver salvato Manuel Scavone il 1° febbraio durante quegli angoscianti momenti di un Lecce-Ascoli interrotta dopo 5 secondi di gioco dalla paura e dallo sgomento per un cuore che ha rischiato di fermarsi ma che il dottor Peppino ha tenuto battente. Una vicenda dopo la quale i ragazzi hanno reagito da uomini e che ha ulteriormente rafforzato la sinergia tra squadra, società, staff tecnico e tutte le componenti.

È la vittoria di Fabio Liverani, meritevole di aver creato un gruppo solido e compatto, bravo ad entrare nella testa dei suoi ragazzi tanto da saper individuare il meglio che avrebbe potuto “spremere” da ciascuno di loro, capace di trasmettere la sua mentalità propositiva e di farsi seguire al punto da poter chiedere all’occorrenza a qualcuno di loro di sacrificarsi in ruoli diversi da quello più congeniale. Un Liverani che è riuscito a far giocare alla sua squadra il calcio più bello della Serie B. Merito unanimemente riconosciutogli a livello nazionale, ulteriore motivo di vanto in una stagione di per sé già esaltante.

È la vittoria del gruppo, un gruppo in cui il capitano in campo è Marco Mancosu, ma il guru che “catechizza” la squadra quando si riunisce in cerchio prima della partita è Fabio Lucioni. Poi è facile e quasi banale dire che è la vittoria di La Mantia, Falco, Petriccione, Mancosu, Meccariello, Lucioni, Vigorito, Palombi, Scavone, Venuti, Calderoni, Mayer, quelli che hanno giocato con più continuità, quelli che hanno fatto gol o che hanno impedito di subirne.

Per me è anche la vittoria di chi ha giocato poco (Davide Riccardi) o niente (Luca Di Matteo). È la vittoria di chi c’è dall’inizio del progetto, di chi ci ha portato in B ma quest’anno non ha trovato spazio. È la vittoria di Andrea Arrigoni, 16 presenze (poco più della metà da titolare) e 1 gol, ma fondamentale nell’epica rimonta in casa contro il Livorno (3-2).

Ma soprattutto è la vittoria di Ciccio Cosenza, solo 4 presenze per lui quest’anno. La compattezza del gruppo passa soprattutto da persone come lui, capaci di accettare le scelte dell’allenatore e adempiere comunque al suo ruolo di capitano in panchina e leader nello spogliatoio. Al momento della premiazione, lo speaker lo ha chiamato in passerella per ultimo; l’ovazione per lui e il coro “Ciccio, Ciccio!” lo hanno accompagnato fino al palco ed è stato lasciato a lui, capitano e guida anche con 4 presenze, il privilegio di alzare il trofeo della seconda classificata, perché era giusto così, perché essere “LeccendAri” passa anche da questo…

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