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LECCE (di Massimiliano Cassone)Non funziona nulla in casa Lecce: questa è la verità da cui partire dopo la nona sconfitta in campionato. Neanche il terzo allenatore della stagione riesce a dare la sterzata giusta alla squadra e, dopo le prime gare in cui sembrava le avesse dato un’anima, nelle ultime due uscite il Lecce dimostra un’involuzione di gioco preoccupante così come lo stesso Bollini dimostra di non avere le idee chiare mandando in campo, per l’ennesima volta, una squadra diversa. Il tecnico ex Lazio rimane fedele al modulo 4-3-3 che si rivela il cappio al collo di un gioco che non riesce ad evolversi e s’impantana intorno all’integralismo di un pensiero purtroppo mai messo in discussione.

Alle ore 11:45, quando arrivano le formazioni ufficiali di Cosenza-Lecce, siamo rimasti perplessi per l’ennesimo colpo di spugna effettuato da Bollini ed abbiamo atteso il verdetto del campo per capire se l’allenatore giallorosso fosse un fine stratega oppure un eterno sognatore.

A fine gara sorge spontanea una domanda: “Il mister spera di tirare fuori dal cilindro il coniglio magico?” Manda in campo Manconi e Filipe dal primo minuto, lasciando in panchina Salvi e Lepore (un suicidio fare a meno di entrambi) e ripete l’errore commesso contro la Salernitana schierando Diniz a destra con Vinetot ed Abruzzese centrali; ci chiediamo, sarebbe stato un reato lasciare Abruzzese (oppure Vinetot) in panchina mettendo Diniz centrale e Mannini nel suo ruolo naturale? E poi perché, se proprio vuol schierare un centrocampo a tre, non mettere Salvi e Lepore insieme a Papini? Ed ancora, affida a  Manconi un ruolo che il ragazzo interpreta in modo differente da come lo intende lui (Bollini) perché non sa volare sulle fasce né crossare ma ha bisogno di accentrarsi e tirare in porta, per cui diventa l’uomo in meno in una giornata triste.

Forse ieri sarebbe bastato un semplice 4-4-2 contro una squadra (il Cosenza) che non cerca di giocare ma difende e, senza fare troppo sforzo, segna e si chiude.

Volendo ipotizzare una formazione più elementare ed equilibrata, la immaginiamo così: Scuffia in porta, Lopez a sinistra Diniz e Vinetot centrali con Mannini a destra; Lepore, Papini, Salvi ed Embalo a centrocampo con Miccoli e Moscardelli in avanti, Manconi pronto a sostituire uno degli attaccanti e Gustavo uno dei laterali. Anche Caglioni avrebbe bisogno di riposare un po’, lo diciamo da tento tempo, è stanco e confuso.

Menzione a parte merita Elio Calderini, un buon giocatore che però si trasforma in Messi davanti ai difensori del Lecce che salta come birilli tagliando tutto il campo e siglando un gol bellissimo. Un applauso lo merita tutto, scrosciante e lungo, ma i giallorossi sono imbarazzanti nel permettergli di fare un figurone. Dopo il gol, Roselli serra le fila ed ordina calma; il Lecce è in difficoltà e senza punte difficilmente si segna. E qui ritorniamo al malinteso di una stagione iniziata male e di una squadra costruita sul diktat di un allenatore che non c’è più… Peccato per quell’attaccante che il diesse Antonio Tesoro ha deciso di non prendere nemmeno a gennaio, facendo rimpiangere addirittura Della Rocca, uno dei bomber più asfittici che il “Via del Mare” ricordi.

E se fosse ora richiamato Franco Lerda in panchina? Ipotesi remotissima visti i due anni di contratto di Bollini e le trattative in corso per la cessione della società. Ora bisognerebbe vincere le otto gare rimaste (perdere ancora sarebbe la resa) e sperare di approdare ai play-off; non raggiungerli sarebbe un fallimento epocale, senza scusanti per nessuno.

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