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“Una cosa bella”

Marco Rizzo

LECCE – La scorsa settimana vi abbiamo proposto il primo racconto breve di un giovane e promettente scrittore leccese, Marco Rizzo, appassionato di scrittura che nei suoi testi mette in primo piano il Salento in tutte le sue peculiari sfaccettature. Oggi vogliamo pubblicare “Una cosa bella” che lo scrittore illustra così:

Una cosa bella è un racconto pittorico, in un certo senso. La vicenda si svolge nella splendida Torre Sant’Andrea, posto che riesce ad incantarmi ogni volta che lo rivedo, pur andandoci da sempre e ogni estate svariate volte. Il tema è l’amore per il mare e come una vita intera possa avere come fine più bella il viverci in simbiosi. Lo definisco un racconto pittorico perché, credo, si possa racchiudere in un quadro, con questo vecchio (non “anziano”, perché il termine “vecchio” è molto meno asettico e dà più suggestioni) immerso nello splendido scenario di Sant’Andrea. Si intreccia con l’emigrazione a cui sono stati costretti tanti salentini in passato (non che adesso non ve ne siano) e rappresenta, per me, un inno al mare e alla primordialità che esso rappresenta. Perché la vita può indurci a scelte dolorose e a sacrifici immani, ma non c’è partenza che possa impedire un ritorno“.

Buona lettura…

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Ne ho vista di gente a cui piace il mare. Gente che, appena arriva la fine di maggio, non vede l’ora di infilare costume e infradito e scappare a godersi il sole e la spiaggia. Gente che passa ogni sera d’estate in un posto diverso, purché sia sul mare. Ma, come il signor Alfonso, non ne avevo mai visti. E credo che mai più ne vedrò. Era una notte d’agosto. Con Sara e il solito gruppo di amici eravamo andati a Torre Sant’Andrea a fare un po’ di baldoria. È un posto molto particolare: una spiaggetta protetta dagli scogli, situata subito dopo una leggera discesa. In mezzo al mare uno scoglio che ricorda la sfinge e una pineta sulla sommità di una collinetta. Tutto sembra avere un ordine, un senso, a Sant’Andrea. Sembra quasi che, quando Dio creò quel posto, fosse particolarmente ispirato e attento ad ogni particolare. Passammo la notte in pineta, chi nei sacchi a pelo e chi nelle tende. La mattina seguente, mi svegliai presto, come mio solito, nonostante l’alcool della notte prima. Il sole era ancora in mare, ne sarebbe uscito fuori molto presto. Ero immerso in varie riflessioni, quando una scena catturò la mia attenzione. Sulla mia destra, verso il mare, si aprì una tenda. Scena consueta, ma quello che ne uscì fuori mi fece quasi sobbalzare. Non aveva meno di ottant’anni. Indossava una camicia blu e dei bermuda beige e si muoveva come se fosse l’unico essere umano nel raggio di cento chilometri. In mano aveva un lettore mp3, dal quale non riuscivo ad immaginare che musica potesse venir fuori. In tanti anni e tante notti passate in quella pineta, non ci avevo mai visto nessuno al di sopra dei trent’anni.

“Non devo più bere così tanto, mai più!” pensai in un primo momento. Ma il vecchio era ancora lì, diversi minuti dopo. Per un attimo si incrociarono gli sguardi e accennò anche un sorriso. Poi prese un asciugamano e si avviò lungo la discesa, verso la spiaggetta. Non so per quale motivo, credo per pura curiosità, ma mi alzai anch’io e lo seguì. Il sole cominciava a metter la testa fuori dal mare, ma appena appena, timidamente. L’uomo scelse lo scoglio più comodo, stese l’asciugamano e si sedette. Mi sentivo quasi un intruso, uno che non era stato invitato a quell’appuntamento, in cui avevano già preso parte un vecchio, il sole e il mare. Lui si era accorto di me, ma stavolta fece finta di niente. “Buongiorno!” gli dissi, esitando un po’. Nonostante le cuffie nelle orecchie, mi sentì immediatamente. “Salve, giovanotto!” fece lui, con un accento strano. “Le piace l’alba?” mi chiese, togliendosi le cuffie. “Sì, molto!” risposi, poco convinto. La mia testa cercava di dare un’identità a quell’uomo, con alternative che andavano dallo scafista, allo sbandato. “Spero di poterne vedere ancora tante, ma intanto me le gusto tutte!” mi disse con un entusiasmo che in quel momento mi sembrò ingiustificato. Si accorse che ero incapace di rispondergli e allora proseguì. “Mi hanno tolto questo spettacolo che avevo dodici anni. Abitavamo a Melendugno e non vedevo l’ora che arrivasse l’estate per venire al mare. Ci andavo anche d’inverno, ma di nascosto”. Con lo sguardo non era più con me, era lontanissimo. “Mio zio lavorava in Germania, in una miniera. E un giorno disse a mio padre di trasferirsi, che lì c’erano i soldi. E una terribile mattina ci trasferimmo”. Il racconto mi stava prendendo e, quasi senza accorgermene, gli chiesi: “Dove, di preciso?” “A Ilsenburg. Cominciammo a vedere i soldi, i problemi che avevamo qui se ne andarono presto. Ma con i soldi non potevo comprare il mare. Nemmeno l’odore del mio mare. Nemmeno un po’ di salsedine, niente. Tornavamo ogni tanto, a trovare i parenti, ma era sempre troppo poco tempo. Ogni volta che ripartivamo era sempre peggio”. Dagli occhi azzurri cominciava a scendere qualche lacrima e io ritornavo a sentirmi a disagio. Nel frattempo si accese una sigaretta e me ne offrì una, ma rifiutai. Pensando di aiutarlo, gli dissi: “Beh, ma adesso è di nuovo qui, no?” Alzò la testa e mi fissò per qualche secondo. Poi l’abbassò di nuovo, in direzione del sole che ormai era sopra il mare e si scrollava di dosso qualche gocciolina. “Sì, ora sono di nuovo qui.” disse sospirando. “Mia moglie è morta un anno fa, i miei figli hanno la loro vita e a me è rimasto il mare. Il mio mare. Sai, il dottore mi ha detto che il fumo mi sta uccidendo. Ma, d’altra parte, ho ottantasei anni e non siamo eterni. E mi sono detto che quel poco che mi resta da vivere, voglio viverlo col mio migliore amico, che non ho visto per troppo tempo. Ho preso uno zaino e una tenda e son venuto qui in treno, ché la macchina non mi serve”.

In quel momento mi fu chiara e lampante l’essenza della vita, quella che ci sfugge troppo spesso, probabilmente perché siamo noi a sfuggirle via, in cerca di palliativi che ci impone chissà chi. Sara si affacciò e mi chiamò dalla pineta. “Le chiedo scusa, devo andare!” “Ci mancherebbe! Vai e divertiti, figlio mio. Comunque, io sono Alfonso!”Salutai quell’uomo e pregai Dio di fargli vivere le migliori albe possibili. “Chi era quel vecchio?” mi chiese Sara, quasi preoccupata. “Uno che ho conosciuto tardi…”

Tornai a Sant’Andrea una settimana dopo, ma la tenda non c’era più. E Alfonso nemmeno. Ci tornai diverse volte, anni dopo, ma di quel vecchio con le cuffie non v’era più nessuna traccia. E allora cominciai ad andarci spesso all’alba e mi fermavo sugli scogli, sempre nel punto in cui quella mattina avevo conosciuto davvero il mare. E stavo lì ad osservare le onde, che pigre, ma incessanti, accarezzavano la sabbia. Quelle onde che erano di Alfonso, ma che cominciavo a sentire anche mie. Non mi bastava più andarci da solo, quel posto meritava di essere vissuto ancora di più. Una notte di qualche estate dopo ci tornai con Sara, soli io e lei. Non stavamo così bene da tanto, quella notte fu fantastica.

E ci tornammo qualche anno dopo. “Papà, giochiamo a pallone?” “No, vieni qui, che papà ti fa vedere una cosa bella!” “Che cosa? Che cosa?” “Il mare, Alfonso. Il mare!”

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